DIY:Culture di Resistenza+ AzioneDiretta
Tesi di laurea sul movimento diy (do it yourself) (autoproduzione, autogestione, occupazione, anarchismo, azione diretta, punk techno traveller, ecologismo radicale)
CAPITOLO 2: COLLETTIVITÀ E INDIVIDUO (NOTA: Capitolo pseudo sociologico… è un po’ una marchetta ma l’ho lasciato perché qualche input carino lo da… sorry per la noia e le stronzate scritte…) 2.1. La dimensione collettiva
2.1.1. I movimenti
Il movimento DiY nasce dalla confluenza di più movimenti distinti che ne hanno di volta in volta arricchito il parco di esperienze, incontrandosi, intrecciandosi ed influenzadosi vicendevolmente. Negli anni settanta, direttamente influenzati dal movimento hippie del decennio precedente, nasce il movimento dei new age traveller: i viaggiatori della nuova era. Adottando uno stile di vita nomade, riadattando come casa ogni tipo di veicolo (autobus, camper, ex automezzi militari, automobili e anche carri trainati da asini o cavalli) e seguendo un itinerario a base di free festivals, concerti e fiere tale movimento si riunì spesso in comuni, a volte temporanee, nell’intento di ricreare uno stile di vita diverso dalla "norma". Uno stile di vita che fosse sganciato dalle logiche produttive del mondo occidentale e che garantisse ai nuovi traveller un più alto grado di libertà sia inteso come autodeterminazione delle proprie scelte sia come un ritorno ad un più profondo contatto con la natura che li circondava. Un altro movimento che contribuì ad affermare con forza la cultura DiY fu il movimento DiY punk. Influenzati dal seminale gruppo punk anarchico pacifista Crass, molti gruppi punk cominciarono a rifiutare ogni contatto con l’industria discografica ed iniziarono ad autoprodurre i propri dischi. Oggi il movimento DiY punk è organizzato attorno a migliaia di collettivi e individualità che hanno creato una enorme rete di contatti diretti attraverso la quale vengono diffusi i prodotti culturali autoprodotti e no profit del movimento, principalmente dischi, libri e fanzine. La politicizzazione del movimento DiY punk è divenuta negli anni sempre più radicale. Elaborando e dibattendo nuove idee, nel desiderio di una maggiore coerenza, moltissimi "punks" si avvicineranno a pratiche di azione diretta formando collettivi, prendendo parte a manifestazioni e sabotaggi e occupando stabili. La radicalizzazione del pensiero e delle azioni del DiY punk anarchico, porterà molti attivisti da una parte a dissociarsi da quelle frange punk ritenute non politicizzate e dall’altra ad avvicinarsi a movimenti ritenuti più coerenti e realmente controculturali. Negli anni novanta, a fianco alla radicalizzazione e politicizzazione dei due movimenti finora citati, si svilupperà un nuovo fenomeno che avrà particolare impatto per il DiY: i raver e la technocultura. Sviluppando un network di feste illegali in capannoni abbandonati o in mezzo alla natura, il movimento attirò verso di sé le attenzioni delle istituzioni che cercarono, attraverso vari strumenti repressivi, di bloccarne sul nascere lo sviluppo. Come spesso accade, la repressione ha invece ottenuto l’effetto contrario non solo sviluppando a dismisura il movimento ma anche politicizzandolo notevolmente. Adottando pratiche di vita nomade e resistenza derivate dai precedenti movimenti DiY, che ancora esistono, la technocultura apporterà al movimento nuova energia e influenze. Energia ed influenze sia espresse che ricevute dalla continua interazione, e scontro, con il movimento traveller e il movimento DiY punk. A tali movimenti si affianca e sovrappone la pratica di azione diretta che contraddistingue il movimento ecoradicale ben rappresentato da collettivi quali ad esempio Earth First!, Reclaim the Streets, Animal Liberation Front e via dicendo. Il movimento ecoradicale risponde ad una serie di problemi sentiti come gravi ed urgenti attaccando (attraverso numerose pratiche di resistenza e azione diretta quali ad esempio sabotaggi, boicottaggi e propaganda informativa) le istituzioni e le strutture, sia pubbliche che private, ritenute colpevoli di sfruttamento, inquinamento e discriminazioni a vari livelli. Il movimento degli "eco guerrieri", così come gli altri testé citati, non si può definire un movimento a sé stante. Le divisioni appaiono utili solo ai fini di una più chiara catalogazione storica ma non coincidono con una netta separazione fra gli attivisti. "Un attivista DiY, ad esempio, potrebbe essere un raver che adotta abitudini nomadi da new age traveller, passando di squat in squat in giro per l’Europa godendosi anche qualche concerto punk o folk, salvo poi partecipare alla devastazione della sede di una multinazionale durante una manifestazione per poi prendere parte o organizzare, in gran segreto, una incursione in un laboratorio di vivisezione per liberare gli animali da torture e morti atroci firmandosi ovviamente come Animal Liberation Front."
2.1.2. Interazione fra movimenti
L’interazione fra questi movimenti non li ha mai portati ad una vera e propria fusione, né ad una completa non interferenza. Tale assunto è alla base del sospetto e diffidenza che molti attivisti riservano per tali distinzioni e analisi delle varie componenti della cultura DiY. Stabilire con esattezza in che modo tali movimenti si siano reciprocamente influenzati è pressoché impossibile. Rimane palese quanto questi movimenti si siano sviluppati in modo autonomo gli uni dagli altri, maturando al tempo stesso sempre più crescenti contatti soprattutto nel corso degli anni novanta. Non si hanno quindi fenomeni di trascinamento o assorbimento quanto di reciproca integrazione, essendo l’ultimo movimento apparso più proteso ad arricchire e sviluppare le esperienze possibili piuttosto che cooptare membri e pratiche dagli altri che, del resto, continuano a perseguire, rinnovati, le proprie pratiche ed azioni in un contesto di sempre più crescenti, negli ultimi anni, riconoscimenti e fusioni fra attivisti DiY di differenti estrazioni. Uno sguardo più mirato tenderebbe a classificare tali movimenti come delle vere e proprie agenzie di socializzazione che fungono, assieme ad un profondo processo di trasformazione interiore, da primo contatto con la cultura DiY. Fenomeno, è bene ricordare, estremamente sotterraneo e "sfuggente" alla cultura di massa. Tali movimenti, inoltre, rappresentano spesso un primo passo verso forme di politicizzazione più radicali. L’occupazione, l’autoproduzione, una vita nomade, un party, un profondo senso di libertà e comunità sono solo alcune delle esperienze inerenti a tali contesti, esperienze che agiscono sull’individuo immediatamente. L’approfondimento della cultura DiY porta spesso sia alla radicalizzazione e ampliamento della propria critica sociale da parte di alcuni sia alla defezione da parte di coloro che si sentono scarsamente coinvolti e determinati.
2.1.3. Conflittualità
Condividendo la stessa cultura DiY tali movimenti non sviluppano conflittualità, quanto piuttosto, una volta riconosciutisi, una profonda cooperazione basata su un alto grado di disinteressata ospitalità. I contrasti, quando si presentano, sono dovuti spesso all’alto grado di dibattito che c’è all’interno del movimento DiY sia autodiretto che eterodiretto. Molti aspetti e comportamenti vengono analizzati, criticati e dibattuti nella ricerca costante di un incontro / scontro fra individualità e idee. Una forma accesa e decisa di conflittualità si esprime piuttosto nei confronti delle istituzioni, riconosciute spesso come principali responsabili sia delle numerose pratiche di controllo sociale attuate nei confronti del movimento sia dell’iniquità del mondo odierno. La critica al "sistema", che comprende sia istituzioni pubbliche che private, è una costante delle produzioni culturali del movimento. Contro tale sistema vengono articolate numerose pratiche di azione / reazione, spesso riassunte sotto la dizione di "azione diretta", che sfociano spesso nell’illegalità. Illegalità ritenuta necessaria per manifestare il proprio dissenso in un sistema che, dietro una sempre più scintillante maschera, nasconde dure realtà di sfruttamento e repressione. Tale conflittualità ha spinto le istituzioni alla messa in atto di numerosi meccanismi di controllo sociale nel tentativo, più che di incanalare gli attivisti, di reprimerli. Tale repressione ha spesso paradossalmente ottenuto un effetto contrario a quello desiderato, radicalizzando ulteriormente l’attitudine di molte persone. La natura stessa del movimento DiY, quindi, influenza i meccanismi di controllo posti in essere dalle istituzioni. Trattandosi di un movimento non gerarchizzato, in cui figure carismatiche e leader sono pressoché assenti, ogni tentativo di cooptare tali individui risulterebbe inutile. La ferma e critica rinuncia ad ogni forma di intermediazione politica, inoltre, rende impossibile un qualsivoglia processo di socializzazione degli entusiasmi del movimento così come fallimentare risulta il tentativo di costringerlo ad accettare le regole del gioco della mediazione politica. Ogni forma di istituzionalizzazione o spettacolarizzazione di anche semplici caratteristiche del movimento non solo viene vista con sospetto dal movimento ma viene rifiutata ed esclusa. Si prenda ad esempio la considerazione riposta nei confronti di quegli artisti che, una volta mossi i primi passi nel DiY, decidono di accettare un contratto con una major o grossa indipendente. Tale violazione dell’unanimità del gruppo viene considerata come prova della mancata adesione ai principi base del movimento. Tale tradimento si concretizza nella negazione di ulteriore supporto da parte del circuito delle autoproduzioni nei confronti del gruppo o artista in questione. Definito spesso in termini di sell out (venduto) o rip off (truffatore, termine più spesso usato nei confronti di coloro che, tradendo il basilare principio di reciproca fiducia, vengono meno agli impegni presi negli scambi di dischi), il gruppo o individuo in questione è oggetto di un vero e proprio boicottaggio. Il gruppo musicale Chumbawamba, ad esempio, ha ricevuto durissime critiche nel momento in cui è passato ad una major, dopo anni di orgogliosa militanza DiY. Il gruppo collettivo in questione, attivi sin dai primi anni ottanta, era dedito musicalmente ad una particolare forma di folk pop e attitudinalmente era fiero assertore dei principi DiY con un occhio di riguardo all’esempio dei primi gruppi punk anarchici inglesi quali Crass, Flux of Pink Indians, Conflict e via dicendo. I Chumbawamba hanno stupito e indignato molti attivisti DiY firmando proprio per la grossa casa discografica multinazionale E.M.I., la stessa che anni prima avevano denunciato in un loro LP dal titolo Never mind the ballots, come partecipe alla produzione e vendita nel terzo mondo di mine anti uomo. La grande enfasi posta sulla propria e altrui individualità, stimolata da un profondo processo di radicalizzazione e cambiamento personale, unità ad un grande senso di fratellanza e collettività porta il movimento a rinunciare ad assumere figure carismatiche che ne facciano da guida. Simili "adulazioni" vengono addirittura accolte con sospetto e interpretate generalmente come scarsa o nulla comprensione dell’attitudine DiY che si prefigge, tra gli altri, lo scopo di eliminare l’instaurazione di ogni forma gerarchica, idolatria compresa. "Questa sera i Fichissimi non suonano e non fanno nessuno spettacolo. Perché è ormai di spettacolo che qui si parla. Le cinque carte che hai uscito non ti verranno restituite ed il tuo cazzo di week-end alternativo è rovinato. D’altronde, cosa ne sai tu di quello che succede qui al Paso e in tanti altri squat il lunedì o il martedì, quando il chiodo, la cresta e gli orecchini finti li rimetti nell’armadio? Credi che non succeda nulla (…)? (…) Noi fichissimi non suoneremo oggi e non suoneremo più. Se del punk ti interessa solo la musica puoi guardarti MTV, comprarti i dischi da Rock & Folk o da Zapping e cacciare fuori trentamila lire per il gruppo punk in concerto. Di noi non hai bisogno, anzi noi non ti vogliamo. I Fichissimi non erano qui per portare il loro messaggio a più persone possibili. Non erano qui per intrattenere nessuno, non siamo profeti e nemmeno musicisti. (…) I Fichissimi non vogliono più preparare prodotti da far smerciare ad infami e riviste musicali alternative. Troppi tra voi hanno comprato il nostro disco come un qualunque altro prodotto, senza capire che prodotto non voleva e non doveva essere. C’è stato anche chi alla fine dei concerti ci ha chiesto autografi, ci ha chiesto se poteva avere in regalo un plettro usato da noi, o un foglio di carta con sopra una scaletta (reliquie? Io non ho parole). C’è stato chi ha venduto la prima stampa del nostro 7" a venti carte a qualche collezionista. C’è stato chi si è stupito quando gli abbiamo detto che al Rototom, alla Dracma e nelle discoteche alternative non avremmo suonato, anche se l’ingresso sarebbe costato cinquemila come in un posto occupato. (…) La prossima volta andate al Leoncavallo o al Gabrio, tanto la birra costa poco pure là. Questa sera non vi siete divertiti, non avete consumato i pochi attimi di libertà che avevate come volevate, avete sprecato il vostro tempo libero. E domani torneremo tutti alla nostra vita di merda. Che tristezza, vero?" Lo scritto appena citato è sintomatico dei sentimenti e dell’attitudine fermamente contraria allo star system della cultura DiY. Esso rappresenta anche il definitivo distacco tra il DiY e il circuito musicale indipendente, processo già in atto da anni ma che negli anni novanta ha assistito alla sempre più ferma e radicale negazione di qualsiasi compromesso. Oltre ad atteggiamenti simili il movimento indirizza le proprie critiche anche nei confronti di coloro che usano l’azione diretta per mettersi in mostra. Tali individui vengono spesso definiti come ego warriors (guerrieri egocentrici) in un gioco di parole mutuato dal termine eco warriors (guerrieri ecologisti) col quale spesso si autodefiniscono gli attivisti DiY. Di tali individui viene spesso fatto rilevare come, a dispetto del loro grande impegno durante le azioni, nel quotidiano vengano meno agli impegni anche più banali inerenti al vivere nella comune, come sparecchiare o lavare le stoviglie, oltre ad una certa arroganza durante la azioni dovuta alla loro, presunta, maggiore esperienza sul campo. Le succitate figure sono comunque da considerarsi marginali nel movimento e sono generalmente additate come persone che ne hanno scarsamente compreso il messaggio libertario ed egalitario che lo sottende. Non potendo quindi influenzarne le figure carismatiche né assorbirne strutture e individui, alle istituzioni non resta che ostacolare il diffondersi e lo sviluppo del movimento ponendo in essere numerosi strumenti di repressione. Montature giudiziarie, criminalizzazione, leggi restrittive, brutalità poliziesca, infiltrati, microspie, intercettazioni telefoniche e via dicendo sono solo alcuni dei meccanismi di controllo che ha esperito il movimento nel corso degli anni. Meccanismi atti sia ad impedirne la diffusione, bloccando i contatti fra le persone e falsando la circolazione di notizie, sia impedendo la propaganda politica zittendone gli attivisti. Tale repressione è spesso denunciata dagli attivisti stessi che si dipingono come vittime di una sorta di complotto volto a criminalizzare coloro che si battono per un mondo più giusto, mentre contemporaneamente le imprese e le nazioni che lo sfruttano e dominano si pongono, grazie anche al monopolio dell’informazione, come la parte lesa, da tali attività sovversive, e nel giusto.
2.1.4. Riconoscimento e storicizzazione
Per quanto sia stato possibile ricostruire un percorso storico del movimento DiY, percorso che ha permesso di individuare più movimenti che ne hanno apportato successive modalità ed energie, non si travisa un grosso contributo alla storicizzazione da parte del movimento stesso. Le produzioni culturali del movimento sembrano principalmente essere rivolte alla formulazione del presente e si assiste solo sporadicamente ad un recupero storico, spesso decisamente parziale ed episodico. La storicizzazione del movimento stesso appare sfuggire alla maggioranza dei propri attivisti. L’enfasi è posta sul quotidiano e su come possono essere ottenuti effettivi cambiamenti dell’attuale contesto sociale. Il senso di immediatezza che deriva dall’urgenza derivante dai problemi affrontati spinge molti attivisti a trascurare non solo la propria storia ma spesso anche una più profonda analisi di quello che si è e di quello che si vuole ottenere. Come già accennato il movimento DiY nasce dalla confluenza di più unità di movimento semplice creando attorno ad esso una complessa rete di diverse collettività e individualità che trovano mutuo riconoscimento nella condivisione di una precisa attitudine libertaria e controculturale che solo negli ultimi anni ha cominciato sempre più a prendere coscienza di sé autodefinendosi "cultura DiY". Tale asserzione non va fraintesa, il DiY come pratica e cultura esiste da anni in modo deciso ed autocosciente. Quello che preme sottolineare in questa sede è la sempre maggior constatazione insita nel movimento della propria dimensione, forza e natura di controcultura, attiva sì in più fronti ma ispirata dai medesimi desideri e obiettivi. Tale aggregazione di desideri e obiettivi non è scevra da una certa dose di conflittualità legata forse più all’intrinseca tendenza al dibattito e al confronto che a vere e proprie divergenze. Divergenze il più delle volte dissipatesi una volta avvenuto un più profondo contatto ed effettiva cooperazione. "Ho sentito molti punx criticare i ravers senza saperne sostanzialmente nulla. Si fermavano alla copertina giudicando la teknocultura un movimento esclusivamente edonista o, più spesso, come una massa di drogati e basta. (…) Una volta pubblicata una intervista ad un collettivo tekno, nella quale affrontavamo a fondo la politicizzazione del movimento, molti di costoro mi hanno detto che hanno cambiato idea e adesso guardano alla tekno come un mondo estremamente vicino al loro. (…) non si rendevano conto, o anzi meglio non sapevano proprio, che la teknocultura porta avanti le stesse idee che stanno dietro ai punx anarchici." Provata la comune elaborazione ideologica, elaborazione che pone particolare enfasi sulla propria attitudine e cioè sull’adozione di un comportamento e stile di vita profondamente coerenti, è opportuno cercare di individuare il soggetto storico che compone il movimento DiY. L’orizzonte potenziale di appartenenza si può identificare con quello giovanile della classe medio bassa. Vi è la presenza anche di una rilevante percentuale di individui tra i trenta e i quaranta anni. Sebbene minoritaria, questa componente è una componente non meno importante e completamente integrata alla componente più giovane. Non solo, tali individui vengono spesso presi ad esempio, senza comunque attribuire loro particolari privilegi o considerazione, come conferma del fatto che il DiY è uno stile di vita possibile sulla lunga distanza, tutta la vita, e non una semplice moda giovanile e passeggera. Rimane comunque valida l’accezione individuante la fascia giovanile come soggetto storico, in quanto anche i soggetti di età più grande si sono introdotti nella scena quando erano giovani e da allora non ne sono più usciti. I cambiamenti sociali delle ultime decadi appaiono svolgere un consistente ruolo nell’aver permesso a molti di questi giovani l’avvicinarsi al movimento DiY. Il cambiamento sociale decisamente più rilevante è l’enorme quantità di tempo libero che l’adolescente ha a disposizione per coltivare i propri interessi. Tale libertà, che permette al tempo stesso di viaggiare confrontandosi con varie realtà del panorama DiY, diventa sempre più irrinunciabile mano a mano che ci si confronta col sistema. La privazione del proprio tempo libero viene vissuta come un vero e proprio furto da parte del sistema capitalistico il cui unico scopo è lo sfruttamento massimo di tutte le risorse disponibili, esseri umani compresi, in nome del profitto. Anche il tempo libero lasciato dalla logica produttiva viene criticato duramente in quanto esso stesso inserito in una logica consumistica (shopping, strutture ricreative, villaggi turistici e via dicendo) che contribuisce a perpetrare una logica di divertimento comunque mediata da interessi e speculazioni. In questo modo tutta la vita dell’essere umano risulta inserita in un circolo vizioso di produzione e consumo volto all’arricchimento di pochi e allo sfruttamento di molti. La classe politica, anche a seguito dei numerosi scandali ed episodi di corruzione che la riguardano, cessa di essere considerata un intermediario valido ed anzi diventa essa stessa un nemico da combattere. Indipendentemente dal partito politico al potere, i problemi appaiono essere sempre gli stessi non trovando mai risoluzione in un enorme contesto di corruzione e inadempienze. Dietro ad una simile considerazione si cela non solo una totale perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni ma anche l’individuazione di precise responsabilità della classe politica nella logica di sfruttamento e miseria sottesa all’organizzazione sociale. Tale radicale considerazione del mondo, il "sistema" come spesso sinteticamente definito, porta ad una altrettanto profonda linea di frattura. Spingendosi verso una dimensione sempre più analitica, la critica al sistema posta in essere dal movimento DiY disvela man mano come la maggior parte degli aspetti inerenti al mondo moderno sia corrotta o correlata a numerose forme, ai più sconosciute, di sfruttamento. La costruzione di un consumo critico e l’adozione di uno stile di vita coerente al cocente desiderio di non fare parte di questo ciclo produttivo porta i membri del movimento DiY ad adottare e elaborare svariate alternative. L’alterità di tali alternative, spesso illegali ma considerate comunque legittime, portano a crescenti incomprensioni sia verso sia da parte del mondo esterno, considerato il più delle volte come il riflesso dell’omologazione. Questo articolato processo di "autocostruzione" genera una profonda rottura con quasi tutte le categorie sociali precedentemente facenti parte della quotidianità dell’individuo. Una frattura talmente profonda che lo porta a estraniare dalla propria vita i vecchi amici, la famiglia, prospettive lavorative e quasi ogni forma di contatto col mondo precedente. Il dilemma etico che ne deriva è chiaramente di enorme portata e di difficile sopportazione. L’individuo si trova di fronte ad un bivio: da una parte le vecchie relazioni e la tranquillità di una vita "normale", dall’altro uno stile di vita realmente coerente con le proprie idee. Il dilemma etico trova parziale risoluzione grazie all’immissione dell’individuo nel movimento DiY, dove trova un enorme grado di solidarietà disinteressata e la totale condivisione della propria radicale visione del mondo. Il DiY diventa così una nuova famiglia, come spesso definita da molti attivisti che percepiscono una profonda esperienza di fratellanza, che fornisce all’individuo anche una nuova dimora sia essa uno squat, una comune o una colonna di veicoli. Gli stessi vecchi aspetti e vecchie idee vengono visti come parte di un contesto sociale che nulla più ha a che fare con l’individuo e con il suo nuovo gruppo. Egli inizia a ripercorre il proprio passato per rileggerlo, per capirne errori e ingenuità ma anche per comprendere il percorso che lo ha portato a vedere il mondo con occhi nuovi. Le vecchie agenzie di socializzazione ora non vengono più vissute come estranee ma rientrano esse stesse nel fronte conflittuale elaborato dall’individuo e, per estensione, dal movimento. Dell’elaborazione ideologica si è più volte accennato nel corso del presente capitolo e se ne parlerà più diffusamente nel prossimo. Particolare enfasi è posta nel movimento sul concetto di coerenza. Lo stile di vita adottato deve rispecchiare le proprie credenze, sviluppandole e implementandole nel quotidiano. Più volte, infatti, i membri del movimento DiY sottolineano che "le parole non valgono nulla senza l’azione concreta." Tali esplorazioni e concretizzazioni del possibile vengono attuate in misura manifesta e spontanea senza alcuna esplicita elaborazione ideologica. Il dibattito rimane sempre vivido sulle motivazioni ed effetti delle proprie azioni e comportamenti, nella ricerca costante di una efficace e sempre più efficiente metodologia e teoria. Questa vivace elaborazione rimane saldamente fedele ai principi base della cultura DiY, principi in onore dei quali viene posta particolare enfasi sulla continua ricerca. In questo contesto di coerenza si creano numerosi compiti collettivi che mettono costantemente alla prova l’individuo. È proprio sulla base del proprio impegno che l’individuo dimostra di partecipare, ed essere partecipato, al movimento condividendone idee e sentimenti. Tali prove sono alla base del sempre più netto distacco, avvenuto soprattutto nel corso della decade appena trascorsa, fra il DiY e qualsiasi scena mainstream o anche solo indipendente. I punti di contatto sono completamente scomparsi rendendo contemporaneamente il movimento sia più coerente sia più sotterraneo e difficile da raggiungere ai "non iniziati". È questo uno dei motivi che fanno della scena rave illegale il primo contatto odierno più probabile. Da quanto detto dovrebbe risultare piuttosto chiaro come il progetto di gestione del movimento sia un processo ancora in elaborazione. Molte delle energie messe in moto dal movimento sono dirette alla ricerca ed allo studio del mondo odierno nel costante tentativo di disvelarne realtà di sfruttamento e miseria. La maggior parte degli sforzi sono rivolti in questa direzione e il dibattito alle volte verte sui potenziali pericoli di un atteggiamento simile che rischia spesso di trasformarsi in un processo meramente reattivo volto esclusivamente al contrattacco senza alcuna elaborazione di un efficace piano d’azione su scala globale. Adottando numerose pratiche di azione diretta il movimento DiY già dimostra di volersi divincolare dalle "scadenze imposte dal sistema" evitando la pratica di limitare l’espressione del proprio dissenso alle sole manifestazioni sorte in occasione di vertici internazionali. Il pericolo di tale "reattività stimolata", sempre secondo alcuni attivisti, resta nel caso di azioni volte alla risoluzione di alcuni problemi attuate esclusivamente nel momento in cui questi si manifestano. Secondo molti attivisti occorre quindi elaborare costantemente nuovi obiettivi in risposta alla necessità di ampliare gli effetti del proprio dissenso. Ne emerge chiaramente come lo sbocco del movimento non sia ancora apparso non essendosi né istituzionalizzato né dissolto ma ancora in vivido fermento. Considerazione che verrà qui di seguito analizzata nello specifico partendo dall’esperienza fondamentale individuale per poi proiettarla nella dimensione collettiva tipica di ogni movimento.
2.2. L’esperienza fondamentale
L’individuo inserito nella cultura DiY si sente profondamente partecipato sia a livello individuale che collettivo. Egli sperimenta un profondo senso di liberazione che si presenta sia come opposizione sia come espressa realizzazione di un fine più alto, un nuovo stile di vita che ne sconvolge la precedente visione del mondo per proiettarla verso una luce tanto completamente nuova e inedita quanto urgente e dolorosa. L’individuo comincia a comprendere che il mondo in cui ha vissuto fino a quel momento è un mondo falso dove quella che credeva fosse la verità in realtà nascondeva tetre cornici di alienazione. Dal momento della rivelazione in poi l’individuo intraprende un percorso di analisi e critica sempre più approfondito e radicale alimentato ed aiutato dalla profonda ed efficace propaganda informativa controculturale. Propaganda che fa ampio uso di slogan ed immagini suggestive. La trasgressione, la rottura violenta, si esprime in numerosi fronti comprendendo sia le cause di tali scoperte iniquità, le istituzioni pubbliche e private, le multinazionali, la polizia, sia coloro, amici, parenti, vecchi amori, che ancora vivono in tale cecità o si rifiutano di accettarla per comodità o paura. L’orizzonte conflittuale si accentua man mano che le conoscenze si fanno più approfondite, ma ad acutizzarsi è anche il senso di oppressione che ne deriva. Egli, ora che sa, non riesce più a sopportare una realtà simile ed in lui si fa strada il cocente desiderio di un radicale cambiamento. A lenire tale conflittualità e a donare una incisiva speranza e gioia all’individuo è la manifestazione della propria attitudine. L’individuo si trasforma profondamente, distinguendo tra realtà e contingenza la sua vita si riempie di nuovi obbiettivi e speranze sia autodirette che eterodirette. La cultura DiY offre all’individuo una alternativa di vita concreta, immediata e soprattutto coerente, per quanto possibile, alle proprie idee e desideri. L’individuo comincia a cambiare radicalmente tutte le proprie abitudini, atteggiamenti e comportamenti mentre al tempo stesso si ritrova immerso in un network di persone e luoghi affini dove finalmente può esprimere il proprio vero essere trovandosi fra pari. Questo profondo senso di fratellanza appare immediatamente ai primi contatti dell’individuo con gli altri membri del movimento DiY. Fin dal suo primo ingresso nella scena, egli avverte una sensazione profondamente diversa e nuova. Molti attivisti sono concordi nell’affermare come sia stato proprio il primo contatto con la scena a far respirare loro la tanto ricercata libertà alla quale aspiravano da tempo. Nel DiY i ruoli vengono annullati, non esistono figure carismatiche che si impongono sugli altri. Tutti possono partecipare secondo le proprie possibilità e tutti vengono rispettati ed accettati indipendentemente dalle proprie azioni. L’individuo, nella sua peculiarità e diversità, viene prima di ciò che ha fatto e nessuno se ne fa vanto né ne tiene contabilità. Coloro che ricreano tali comportamenti sono guardati con sospetto in quanto dimostrano chiaramente di non aver compreso i principi cardine del movimento. Gruppi o DJ che si comportano da star o individui che si vantano delle proprie azioni durante le proteste, i già citati ego warriors, vengono progressivamente esclusi dal movimento che dimostra loro di non essere il posto ideale per farsi vanto dei propri meriti. Tali atteggiamenti portano l’individuo in questione a risolvere il proprio rapporto col movimento o istituzionalizzando le proprie azioni e credenze in un movimento diverso, come è avvenuto ad esempio per il movimento hardline straight edge, uscendo quindi dal movimento DiY, oppure cambiando la propria attitudine apprendendo sia dai propri errori che dall’esempio altrui. La fratellanza è importante per la cultura DiY in quanto aiuta l’individuo a non sentirsi isolato nelle proprie difficili scelte. Scelte difficili in quanto in netta opposizione con tutto il mondo circostante ma che diventano immediatamente facili e gioiose grazie al caldo sentimento di appartenenza che deriva dal gruppo. È proprio in tale sentimento di fratellanza disinteressata e naturale che l’attivista DiY riconosce il più grande grado di libertà possibile. Egli sente che attorno a sé, nella comunità con la quale è venuto a contatto o che ha aiutato a creare, gli individui sono finalmente liberi di potersi esprimere secondo le proprie peculiarità e desideri in un contesto di mutuo rispetto ed ammirazione. In questo contesto egli crea nuove relazioni trovando negli altri membri nuovi amici e nuovi amori coi quali condividere sentimenti, speranze, obiettivi e anche nuove modalità di comportamento e comunicazione. Il movimento crea un nuovo linguaggio e nella cultura DiY si assiste alla proliferazione di numerose icone, simboli, slogan e messaggi. Uno degli esempi più significativi lo si trova nella Donga Tribe collettivo, o meglio tribù o per usare un termine comune nel movimento crew, inglese di attivisti ecoradicali che sin dal suo primo apparire ha cominciato ad elaborare una propria lingua e addirittura propri miti atavici. Tutto viene messo in comune e l’ospitalità gioca un ruolo basilare nei contatti e negli incontri. Attraverso una solida rete di case occupate e comuni un individuo può recarsi e stabilirsi dove preferisce, trovando ospitalità ed aiuto. Ciò permette a molte persone di viaggiare e risiedere anche per lunghi periodi, o addirittura stabilirsi, in paesi esteri senza spendere soldi ed avendo a disposizione una enorme quantità di tempo. Chiaramente tale messa in comune dei beni è diretta a coloro che, non necessariamente attivisti DiY, ne condividono l’attitudine. Ciò non significa che l’individuo beneficiario dell’ospitalità debba essere cosciente del movimento DiY ma presuppone che sia comunque dotato di un’attitudine libertaria e sincera. Opportunismo o atteggiamenti contrari all’etica DiY possono essere tra i motivi più comuni alla base della negazione dell’ospitalità, generosità e immediata confidenza che contraddistingue il variegato mondo DiY. L’individuo muore quindi per rinascere rinnovato. Egli ora è un individuo puro, che si batte per la giustizia nel desiderio di vedere la fine delle iniquità del mondo. La cultura DiY descrive spesso il mondo odierno come falso e corrotto dove l’interesse personale, economico e di potere, prevale su ogni altra cosa ed essere vivente sfruttandoli. La critica ai mass media completa questa visione in quanto considerati al servizio dei potenti. Il sistema viene quindi visto come un qualcosa da combattere "ad ogni costo" e la verità risiede nella visione unanime del movimento. L’individuo pone al centro dei propri interessi tale nuova visione del reale e la sua politicizzazione ricopre ogni aspetto della propria vita. Egli cambia radicalmente abitudini e stile di vita, il messaggio viene ribadito in ogni occasione tanto che la quasi totalità dei gruppi DiY punk ha testi fortemente politicizzati. Non solo, l’unanimità che deriva dal movimento tende a far sì che i gruppi non politicizzati siano tacciati di superficialità ed estraneità al movimento, motivo che sta alla base della radicale e netta divisione fra la scena DiY punk e la scena punk commerciale o indipendente. Tale unanimità, la verità intesa come una sola e quindi quella espressa dal movimento, cela in sé il pericolo di una istituzionalizzazione precoce più che del movimento, che può contare su un ampio dibattito interno che si pone costantemente in un’ottica di autocritica, dell’individuo stesso che assorbe e vive in maniera dogmatica la propria scelta reiterandola in modo cieco e dogmatico rifiutando ogni ulteriore relazione che non sia quella dei propri pari. Ciononostante è proprio nel desiderio cocente di seguire il proprio destino che l’individuo trova nuova forza nella ricerca della libertà e giustizia. L’ampio e multiforme dibattito insito nella cultura DiY lo aiuta a mantenere saldo questo sentimento alimentando nuove tattiche, desideri, strategie e speranze. Maggiore è il coinvolgimento dell’individuo, maggiore è il suo impegno a documentarsi e approfondire le proprie conoscenze, maggiore risulta la sua radicalizzazione del pensiero. Egli è costretto a fare tabula rasa dell’individuo che era prima iniziando un processo di rinascita che si fa sempre più radicale e coerente man mano che fa esperienza di azione, informazione e autocritica. Nella cultura DiY la rinascita gioca quindi un ruolo fondamentale in quanto è il vero motore dell’entusiasmo di molti attivisti per i quali la distinzione fra dovere e piacere scompare e l’ottenimento dell’unica verità va conseguito con qualsiasi mezzo necessario indipendentemente dalla sua liceità o meno. Tale illegalità comunque non è da confondersi con una propensione alla criminalità. Per gli attivisti DiY ogni azione è possibile a condizione che questa non arrechi danno fisico ad altre persone o ne danneggi la libertà individuale. La giustizia travisata nella propria esperienza metafisica porta gli attivisti a considerare l’illecito come una negazione di tale esperienza esaltante di una vita nuova, spingendoli ad infrangere le regole di una società considerata ingiusta e repressiva. Da quanto esposto fino a questo punto appare chiaro come la cultura DiY si possa definire un movimento ancora in fase di evoluzione in quanto guidato sì da una profonda rottura col sistema esterno, che non ne capisce le bizzarre abitudini e richieste reprimendole, ma anche intriso di una gioia profonda che guida gli attivisti verso spettacolari, rocambolesche e sperimentali forme di resistenza, autonomia e "attacco", un termine che non piace a molti attivisti data la sua appartenenza al gergo militare, alle iniquità del mondo. "Gioiosamente illegali" gli attivisti DiY, gli eco guerrieri, sviluppano costantemente un nuovo modo di fare, o per meglio dire vivere, la politica lontana dall’intermediazione e scevra da ogni compromesso. Uno sforzo forse utopico di concretizzazione nel quotidiano del proprio ideale anarchico, costruendo momenti di libertà attraverso la riappropriazione dello spazio e del tempo, nel disperato e conscio tentativo di sottrarsi a "(…) quell’angosciante senso di alienazione derivante dalla prospettiva di diventare ingranaggi di questa mostruosa macchina produttiva chiamata società."
FONTI (NOTE) USATI NEL CAPITOLO 2:
Data la ben nota commercializzazione del termine e di molti gruppi punk, commercializzazione che riguarda il fenomeno sin dai suoi albori e che continua in determinate scene, si ritiene il definire tali attivisti del movimento DiY come punk decisamente fuorviante. Per questo si è preferito mettere il termine fra virgolette, ricordando che il punk è un genere musicale "madre" che nell’arco di quasi 25 anni si è articolato in numerose e distinte scene spesso diversissime fra loro sia attitudinalmente che musicalmente. Andrehea, "Medea", fanzine f.i.p., Milano, Italia 2001. Recensione del libro Gathering Force, DIY Culture – Radical action for those tired of waiting di E. Brass e S. P. Koziell, in Do Or Die, n° 7, Do or Die Collective, Brighton 1998, p. 139. Dossier la politica della festa, in Psycho Attiva, n° 2, Shake Edizioni Underground, Milano 2001. Guilty, libretto allegato al 7" omonimo del gruppo DiY scozzese Oi Polloi. Ruptured Ambitions Records, Edibgurgh 1993. Volantino distribuito la sera del 25 dicembre 1995 nello squat torinese El Paso. Earth First! Collective, Earth First! – introduzione al movimento, Ed. italiana a cura di Silvestre, Pisa, 1998. S.n. "Chi sono i veri ecoterroristi?", volantino f.i.p., Italia 2001. Do Or Die, n° 7, p. 139. Words are nothing without action, slogan che ricorre spesso nella cultura DiY. Do Or Die Collective, Do or Die – voices from the ecological resistance – issue 9, Do Or Die Press, Brighton, dicembre 2000. "Chi sono i veri ecoterroristi?", volantino f.i.p., Italia 2001. Dossier la politica della festa in Psycho Attiva, n° 2. A. Plows, Eco-philosophy and Popular Protest: The Siginficance and Implications of the Ideology adn Actions of the Donga Tribe, Alternative Futures and Popular Test, vol 1, Manchester 1995 By any means necessary è uno slogan spesso citato in numerosi contesti inerenti la cultura DiY. Slogan esposto in uno striscione degli abitanti della Villa occupata, squat milanese, durante un concerto tenutosi nell’aprile 2001, in "Ultimo Giro", numero 2, maggio 2001, s.i.p. Pavia. Kevyn, Torino, settembre 2001. Colloquio orale.

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AK Press
Altravista (link utilissimi)
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C.s.a. Udine / Ecologia Sociale
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Do Or Die! - Voices From Ecological Resistance
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