DIY:Culture di Resistenza+ AzioneDiretta
Tesi di laurea sul movimento diy (do it yourself) (autoproduzione, autogestione, occupazione, anarchismo, azione diretta, punk techno traveller, ecologismo radicale)
CAPITOLO 3: LA CULTURA DIY
Come già accennato in precedenza i principi ispiratori del DiY sono profondamente radicati nell’anarchismo. Ciò che però caratterizza il movimento è una generale assenza di interesse nell’apprendimento teorico a favore di un più acceso impegno pratico, affiancato da un vasto dibattito ed approfondimento delle tematiche direttamente legate all’attualità del proprio vivere sociale, in vista di una immediata realizzazione dell’ideale anarchico più vicino alla cultura DiY. Realizzazione che si struttura attorno ad una vita gestita in modo etico, accompagnata da radicali cambiamenti personali, attraverso occupazione e liberazione di spazi, sviluppo di strategie di comunicazione, autoproduzione e autogestione, e per mezzo di ulteriori e svariate forme di azione diretta volte alla liberazione di uomini, animali e natura.
3.1.1. Il rapporto con le istituzioni
Centrale per il movimento DiY è l’opposizione ad ogni forma di discriminazione. Gli anarchici credono nel concetto di uguaglianza fra tutti gli individui indifferentemente dalla propria etnia, genere o orientamenti sessuali. Tale presupposto viene ritenuto fondamentale per creare una società realmente libera dove tutti possano collaborare nel fine comune di una esistenza migliore. "L’anarchismo è la filosofia della libertà personale, responsabilità personale e mutuo rispetto tra tutte le persone. (…) crediamo in una società dove la libertà di un individuo sia limitata solo dalla libertà di qualcun altro. (Nella società odierna…) nonostante nasciamo liberi, siamo tutti schiavi." La forte rilevanza che viene data al concetto di libertà porta alla critica di qualsiasi forma statale compresa quella democratica. Particolarmente accesa è l’avversione nei confronti del nazifascismo e di tutti i regimi di destra. Essi, in quanto regimi autoritari che fanno uso di numerosi strumenti repressivi, vengono visti come principali nemici da combattere. Ad inasprire le invettive del movimento DiY, e degli anarchici ovviamente, contro i regimi di destra, contribuiscono il profondo razzismo di cui si fanno portavoce moltissimi fascisti. Il tristemente noto fenomeno dei naziskin, troppo spesso colpevoli di brutali attacchi e anche omicidi, ha individuato un nemico comune per tutta la controcultura. Nemico che vede spesso emergere eterogenee coalizioni per contrastarne l’ascesa. Diversamente da molti movimenti di sinistra, però, gli anarchici non risparmiano aspre critiche al comunismo anch’esso accusato di essere un regime autoritario e quindi "(…) inevitabilmente incline all’uso della repressione per mantenere il controllo sociale." Anche la democrazia non viene vista come struttura politica soddisfacente. Vero obiettivo dell’anarchismo, infatti, non è la semplice abolizione delle forme di governo autoritarie, ma l’eliminazione di qualsiasi forma statale in favore di una riorganizzazione della società in piccole comuni basate sulla cooperazione e il mutuo rispetto. "Nell’anarchia lo stato non scompare interamente, esso semplicemente si dissolve nelle persone. Le persone assorbono lo stato e assumono le sue funzioni come parte integrante della vita di tutti i giorni." Il sistema democratico cerca di garantire la libertà individuale e l’eguaglianza attraverso l’elezione popolare di rappresentanti politici. Ciononostante questa rappresentanza viene vista come costantemente inquinata da interessi privati che creano benefici solo o a favore di una piccola élite di politici corrotti e capitalisti senza scrupoli. Accusate quindi di avere come unici obbiettivi la sete di potere e il conseguimento di enormi profitti, a discapito del ruolo sociale di cui dovrebbero essere garanti, le strutture politiche sono considerate inefficaci per il conseguimento di una società realmente libera. "Per ‘libera associazione’ si intende l’assunto secondo il quale (…) nessuno potrà sentirsi libero finché non lo saremo tutti e che quindi dobbiamo unire i nostri sforzi a tal fine." Tale libertà va ricercata opponendosi a pregiudizi, ingiustizie e discriminazioni ricercando la più alta forma di libertà di espressione possibile attraverso il confronto diretto. L’Anti-Racist Action specifica inoltre che l’anarchismo, contrariamente ad una convinzione diffusa, non è né caos, né violenza, né uno "stile di vita alternativo" (inteso come moda passeggera). "Noi abbiamo una specifica visione di quello che l’autorità rappresenta, di come tende all’ingiustizia e di come possiamo organizzare la società senza di essa; basandola sulla libertà, eguaglianza sociale e cooperazione." L’anarchismo, quindi, non è un movimento apolitico. "(..) Al contrario la politica proviene dalle nostre vite e dalle nostre azioni, e dal modo in cui le persone si relazionano fra loro, si associano pensando autonomamente." NietzChe Guevara, membro del CrimeththInc. Collective, collettivo DiY punk anarchico statunitense, risponde alle perplessità correlate alla presunta dimensione utopica dell’ideale anarchico: "(…) tutto questo è utopico? Certo che lo è. Ma sapete qual è il più grande timore per tutti? Che tutti i sogni, tutte le pazze idee e ispirazioni, tutti i desideri impossibili e le utopiche visioni che abbiamo possano realizzarsi, che il mondo possa accogliere i nostri desideri. (…) Potrebbe essere vero che ogni essere umano si perde in un universo che è fondamentalmente indifferente, chiuso per sempre in una terrificante solitudine, ma non dovrebbe essere concepibile che alcune persone muoiano di fame mentre altre distruggono cibo o lasciano fattorie inutilizzate. Non dovrebbe essere possibile che donne e uomini sprechino il loro tempo lavorando per servire la vuota ingordigia di pochi uomini ricchi, giusto per sopravvivere. (…) è una stupida e inutile tragedia, patetica e senza senso. Non è di certo utopico rivendicare di porre fine a farse come queste." Sottraendo la responsabilità di prendere decisioni all’individuo, lo stato fa sì che esso perda la propria predisposizione all’iniziativa ed alla libera espressione. Tale privazione disabitua l’individuo, cullato dal consumismo e dalla società dello spettacolo in un contesto di crescenti privazioni sociali, alla focalizzazione dei problemi nella loro vera essenza. Abituato ad un consumo di semplificate e manipolate rappresentazioni del reale l’individuo diventa terreno fertile per la crescita e lo sviluppo della propaganda di valori basati su odio, paura e nazionalismo. Frutto di una molteplicità di fattori, alcuni economici (un efficace mezzo a disposizione del potere per far si che le classi più deboli si combattano tra loro secondo il noto principio militare "dividi e conquista"), alcuni psicologici (è più facile avere paura od odiare qualcuno che è "diverso" che esaminare la natura di queste "differenze") e alcuni sociologici (è più facile lamentarsi di chi sta ai gradini inferiori della società piuttosto che indirizzare il proprio malcontento verso chi ne domina ogni aspetto) il razzismo viene fortemente osteggiato dal movimento DiY che lo identifica come un ulteriore strumento in mano al sistema atto a creare dominio sulla popolazione. Diviso da reciproci odi e intolleranze il popolo non potrebbe mai unirsi e insorgere contro le ingiustizie perpetrate dalla classe dominante ma anzi vederne "il diverso" come il principale responsabile. Oltre che ad esigenze di dominio, il razzismo sembra ben adattarsi a logiche di profitto ottenute attraverso il consenso popolare: "I paesi europei, nella loro esplorazione del mondo, giustificarono l’esproprio delle terre ai non - europei sulla base di bigotte motivazioni religiose e culturali. Gli aristocratici, convinti dell’inferiorità della classe lavoratrice, consideravano i "non – cristiani" o le persone di colore, quelle stesse che vendevano come schiavi o costringevano a morire di fame rubando loro le terre, meno che esseri umani (nella Costituzione degli Stati Uniti un negro valeva 3/5 di una persona e i nativi americani non contavano nemmeno)." Si è più volte sottolineato come la cultura del DiY dia importanza alla concretizzazione dell’ideale anarchico sviluppando le proprie comunità autonome e agendo secondo molte e svariate forme di azione diretta. Anche l’educazione dell’individuo, rivolta sia all’esterno che all’interno del movimento, gioca un importante ruolo nella strutturazione di una mentalità veramente aperta e priva di pregiudizi. "Gli anarchici credono nell’azione diretta. Invece di domandare un cambiamento alle persone che guidano il sistema, lo attuiamo direttamente noi stessi." L’alta percentuale di illegalità insita nelle modalità di espressione della cultura DiY ha permesso che si sviluppasse una diversa concezione dell’assetto sociale odierno. Secondo la cultura DiY al vertice della piramide sociale risiedono stati e multinazionali che in nome del profitto sfruttano e affamano tutta la popolazione mondiale, in particolar modo quella del terzo mondo, distruggendo al tempo stesso le risorse naturali. Chi si oppone a tutto ciò, compiendo quello che viene anche definito come "atto d’amore verso Madre Terra e le sue creature", viene incriminato, incarcerato o anche ucciso. La cieca opulenza del mondo occidentale, abbagliato dagli sgargianti colori del consumismo e dei mass media, nasconde una realtà fatta di immensa miseria e sfruttamento in cui i veri colpevoli, i governi e le multinazionali, restano liberi di arricchirsi e prosperare mentre coloro che si oppongono a tutto ciò vengono accusati di terrorismo. Il mantenimento dell’ordine sociale avviene attraverso l’attuazione di forme repressive e oppressive comuni a tutti gli apparati statali, democratici o autoritari che siano. Potere e controllo avvengono attraverso leggi restrittive, brutalità poliziesca, corruzione, montature giudiziarie, organismi militari e via dicendo. Tutte strutture che, assieme al monitoraggio e analisi delle strutture politiche e delle multinazionali, trovano ampia trattazione nella stampa DiY sia nell’intento di disvelarne le reali intenzioni sia per fornire supporto e consigli utili alle sue vittime o potenziali tali. Tale visione del mondo viene efficacemente sintetizzata nel sottotitolo del libro Without A Trace (Senza traccia), libro che analizza i metodi di controllo usati dalle forze dell’ordine e i modi per sottrarvisi, che recita ironicamente: to live outside the law you have to be honest (per vivere in modo illegale devi essere onesto).
3.1.2.Ruoli e convenzioni
La critica radicale anarchica alla società non si ferma alle strutture politiche ma ne esplora altre agenzie viste come responsabili della formazione e del perdurare di numerose iniquità sociali. Il nucleo familiare gioca un ruolo fondamentale nella perpetrazione del modello patriarcale e conseguentemente della disparità fra uomo e donna. Non solo: il mito del nucleo familiare eterosessuale porta a discriminare ogni forma di sessualità diversa dalla norma creando profonda sofferenza nei "non allineati". Lo stesso concetto di normalità implica aggregazione, omologazione e ignoranza. La pedissequa accettazione della tradizione, delle norme e degli schemi imposti contribuisce a reiterare forme di dominio e incomprensione basate sull’odio e sul mero egoismo personale. "le persone che fanno parte della cultura "dominante" (in rapida espansione) in Europa e negli Stati Uniti ricavano particolare piacere dal considerare se stessi come "normali" se confrontati coi delinquenti, coi politici radicali e con altri membri di gruppi socialmente marginali. Trattano questa "normalità" come se fosse indicazione di benessere mentale e orgoglio morale, considerando gli "altri" con un misto fra pietà e disgusto. (…) essere circondati da persone che si comportano in modo simile, condizionati dalle stesse routine e aspettative, è confortante dato che rinforza l’idea che si stia seguendo la direzione giusta (…) ma il fatto che un numero di persone viva ed agisca in un certo modo non implica necessariamente che questo modo di vivere sia quello che porta loro la massima felicità." né che lo sia per chiunque. Una sessualità scevra da pregiudizi e condizionamenti, unita ad una piena equità fra uomo e donna, ricercata spesso nel rifiuto dei ruoli imposti, è da ritenersi fondamentale per la strutturazione di un’etica realmente libertaria. L’autonomia individuale, una educazione non autoritaria slegata dall’imposizione di ruoli virili per il maschio e ruoli "casalinghi" e sottomessi per la donna, l’eliminazione dei legami fissi quali ad esempio il matrimonio (ma anche forme di "possesso" meno evidenti come ad esempio il fidanzamento e la coppia) e maggiore informazione sulla sessualità, l’igiene e le precauzioni sono solo alcune delle tematiche più spesso dibattute.
3.1.3.Anarcha Femminism
Com’è noto la critica femminista ha sviluppato negli anni numerosissime idee e punti di vista alle volte anche piuttosto estremi. In questa sede ci limiteremo a passare in rassegna alcuni dei concetti maggiormente rilevanti nella cultura DiY per la quale è di fondamentale importanza l’eguaglianza fra i due sessi. Eguaglianza che viene dibattuta e ricercata sia all’interno sia all’esterno del movimento. Oggetto di maggiori critiche è la società nella quale si vive. Si analizzano le origini storiche e sociologiche del patriarcato così come le agenzie, fra le quali particolare ruolo hanno religione e nucleo familiare, che ne hanno favorito la perpetrazione nei secoli. Tale critica non può esulare dalle conquiste sociali che il movimento per i diritti delle donne, o sarebbe meglio definirlo per i diritti umani, ha ottenuto negli ultimi due, tre decenni. È bene comunque constatare che nonostante la donna abbia conquistato una elevata e progressiva indipendenza essa è tuttora soggetta alla "mercificazione" che ne fa la società dello spettacolo. Tale mercificazione viene vista come un fattore di enorme creazione e perpetrazione di istanze sessiste e discriminatorie che tendono a dare una rappresentazione dell’essere femminile come semplice oggetto di desiderio e basta. La perpetrazione del "bello a tutti i costi", mercato che sempre più si sta aprendo anche agli uomini, risponde anche agli interessi delle multinazionali che operano nel campo della cosmesi, del fitness e del benessere. Flashpoint è una fanzine statunitense la cui caratteristica principale è la monotematicità delle proprie uscite. Sul secondo numero, focalizzato appunto sulle tematiche legate al gender (il genere, il sesso), troviamo una interessante analisi delle dimensioni del peso dell’industria cosmetica. Industria che produce un giro d’affari stimato tra i 33 e i 50 bilioni di dollari l’anno. Soldi che potrebbero invece coprire ad esempio: 3 volte l’ammontare dell’assistenza sociale offerta dagli Stati Uniti, 2.000 cliniche sanitarie femminili, 75.000 festival artistici, cinematografici, letterari, musicali femminili, 50 università femminili, 1.000.000 di domestici e baby sitter ottimamente retribuiti, 33.000 centri di accoglienza per donne maltrattate, 200.000 furgoni per un trasporto notturno sicuro, 400.000 iscrizioni per 4 anni di università. "Pensate a quante cose positive potrebbero fare le donne con i soldi e il tempo spesi nel cercare di cambiare le forme del proprio corpo." Alicia Non Grata è un membro del collettivo statunitense Profane Existence. Attraverso le pagine dell’omonima fanzine prodotta dal collettivo e con la pubblicazione di un libro di medicina alternativa per donne (Take back your life: a wimmin’s guide to alternative health care, Loin Cloth Press, ristampato in vari paesi e tradotto in più lingue) l’autrice affronta le connessioni fra industria cosmetica e farmaceutica e il corpo femminile, riproponendo metodi naturali come valido mezzo per sottrarsi a rischi ed effetti collaterali. Come già accennato nella controcultura si assiste spesso ad un abbandono dell’immagine stereotipata della donna per adottare look e stili di vita completamente diversi che ben vi si distanziano. C’è il rifiuto consapevole del consumismo, la moda e i vestiti di marca, così come il rifiuto di truccarsi, che per molte donne è anche un modo tra i tanti per evitare di supportare prodotti testati su animali. Lo stesso "look" fra i sessi si avvicina, smette di rispondere ai "cicli della moda" ed anzi segue lo stile tipico delle culture di resistenza fatto di vestiti di seconda mano, logori e pieni di toppe. I capelli si fanno arruffati, spesso a dreadlocks (i capelli rasta) o rasati. Fioccano piercing, tatuaggi, branding ed altre modificazioni corporee. "Com’è cambiato il mio rapporto con gli uomini? Non cerco più in loro protezione fraterna. Non desidero più attrarre gli uomini giusto per amore di tale protezione. Ora cerco nelle persone amicizia. Non invito più i loro sguardi vestendomi in una certa maniera o fingendo di non avere nulla da dire. Non permetto più che un uomo prenda decisioni che mi riguardano. Non credo immediatamente ad un uomo solo perché dimostra curiosità sulla mia vita. Mi sono aperta all’amore per altre donne. Sono una donna bisessuale e rifiuto la nozione secondo la quale sono diventata donna nel momento in cui ho perso la mia "verginità". Stronzate. La mia femminilità è la mia lotta per la libertà." Gerry Hannah (o Gerry Useless) è uno dei membri fondatori del gruppo punk americano Subhumans attivo sin dagli anni Settanta. Egli è un attivo sostenitore dell’azione diretta e fornisce una interessante critica della visione antropocentrica della natura collegandola allo sfruttamento della donna. Secondo quello che viene definito come "Ecofemminismo" finché il sessismo sarà così radicato negli esseri umani, ogni sforzo diretto verso un cambiamento positivo della società potrebbe risultare vano. L’individuazione, la critica e lo studio del sessismo viene anche fatta con riferimento alla propria comunità. In accordo con Craig O’Hara è da sottolineare che nonostante vi sia la presenza di alcuni individui sessisti all’interno della scena DiY punk, la loro presenza sia percentualmente estremamente inferiore rispetto alla società esterna. Craig O’Hara si riferisce principalmente al punk ma la sua affermazione può essere agevolmente estesa a tutto il movimento DiY. Attraverso una efficace educazione dell’individuo, basata sull’apprendimento e sul confronto di tematiche legate a entrambi i sessi, molti pregiudizi possono essere eliminati o "disimparati". Parte del processo di liberazione, infatti, passa attraverso il rifiuto di ruoli imposti e stereotipi. Tali ruoli vengono imposti all’individuo sin dalla nascita e vengono reiterati dal contesto sociale in cui cresce durante tutta l’adolescenza e l’età adulta. Accettare acriticamente e conformarsi al ruolo di donna sottomessa, o di maschio dominante, è un atteggiamento che suscita molta disapprovazione perché segno di inattività e debolezza. Non confrontandosi mai apertamente col proprio contesto sociale si sceglie, anche se indirettamente, di farne parte anziché combatterlo. Una corrente sviluppatasi in seno al femminismo che descrive appropriatamente le posizioni della cultura DiY è l’Anarcha feminism". Il "femminismo anarchico" differisce dal femminismo "liberale" in quanto riconosce l’eguaglianza fra uomini e donne, combattendo di conseguenza ogni forma di oppressione e sfruttamento comprese alcune forme radicali di femminismo discriminante nei confronti degli uomini. "Non è solo il patriarcato che viene criticato e attaccato, come molte correnti femministe fanno. No! Anarchafeminism compie un altro importante passo, attaccando ogni forma di potere, controllo autoritario e repressione! Anarchafeminism dimostra chiaramente e sottolinea che non solo le donne soffrono della struttura patriarcale, ma anche gli uomini." Privati della possibilità di esprimere liberamente i propri sentimenti, condizionati da una società profondamente sessista e ignorante, l’uomo dotato di sensibilità e intelligenza prova "(…) un senso di vuoto, dolore e sconforto dovuto dalle costrizioni della tradizionale figura maschile. Ma ancor più importante, un numero crescente di uomini comincia a realizzare che siccome il sessismo ferisce le donne che amiamo, ferisce conseguentemente anche noi stessi." Agli inizi degli anni Novanta nacque negli Stati Uniti il movimento Riot Grrrls formato da gruppi musicali punk esclusivamente femminili che ebbe un enorme impatto a livello mondiale, e fu oggetto anche di numerose polemiche, in un universo allora ancora prevalentemente maschile. Lo stesso nome, che agli inizi era Riot Girls, è una dichiarazione di intenti: Riot che significa sommossa, subbuglio e Grrrls che è un neologismo nato dall’unione della parola Girls, ragazze, e dal suono Grrr che è generalmente usato, soprattutto nei fumetti, per designare rabbia. "Preferisco pronunciarlo grrr, in quanto cambia il significato della parola e anche la percezione di quello che una "ragazza" è o potrebbe essere." Le "ragazze arrabbiate" ricevettero molta attenzione da parte della stampa musicale, e non solo. Attenzione che si focalizzò più sugli atteggiamenti estremi e provocatori piuttosto che analizzare le reali motivazioni ed esigenze del movimento. Attenzione che ne fece presto un nuovo "trend" fino al momento in cui, passata la moda e uscite di scena le persone coinvolte solo a livello superficiale, il movimento poté risprofondare nei meandri dell’underground. Nonostante critiche, incomprensioni e pregiudizi nei confronti del femminismo le Riot Grrrls riuscirono a imporre la propria radicale critica femminista, evidenziando come il sessismo fosse molto più radicato di quanto in realtà non si pensasse. Una questione che ancor oggi crea polemiche è quella che ruota attorno all’esigenza, sentita da molte donne attive in collettivi DiY e non, di incontrarsi in spazi dove gli uomini non abbiano accesso. Odio nei confronti degli uomini, sessismo e separatismo sono fra le accuse più comuni rivolte a tali spazi e, per estensione, al femminismo in generale. I gruppi di discussione per sole donne rispondono alla fondamentale esigenza di poter discutere senza imbarazzo di argomenti anche estremamente delicati, come ad esempio stupri e violenze domestiche, in modo da poterli analizzare collettivamente senza pudori ed elaborare strategie di azione e reazione. Non sono quindi gruppi che promuovono separatismo ma al contrario lavorano per la creazione di un rapporto e una identità più sicura in mezzo alla società, uomini compresi. "Non penso sia sbagliato da parte tua chiedere cosa abbiamo discusso nel nostro gruppo femminile. Abbiamo una politica confidenziale, questo significa che non possiamo ripetere quello che hanno detto le singole persone, ma non che non possiamo parlare degli argomenti trattati. Abbiamo parlato di stupro, violenza domestica, sessismo a scuola e al lavoro, infatuazioni, relazioni, amicizie e della nostra scena. Abbiamo fatto una fanzine e dei volantini sulla violenza domestica. Siamo andate al bowling, (…) siamo uscite assieme come un grosso gruppo di ragazze per sentirci solidali. (…) non penso sia giusto per le donne rifiutarsi di parlare di questi argomenti con gli uomini, ma non penso nemmeno che una donna dovrebbe sentirsi in dovere di farlo. C’è una grossa differenza tra avere un gruppo per sole donne e rifiutarsi di parlare con gli uomini di sessismo. Nel migliore dei casi le donne dovrebbero fare entrambe le cose. E il gruppo di discussione per sole donne e cruciale nel guadagnare supporto e costruire la confidenza necessaria per parlare agli uomini di certi argomenti." Per il movimento DiY la totale liberazione dell’individuo passa anche attraverso il rifiuto dell’eterosessualità come unica forma di sessualità possibile. Omosessualità, bisessualità ed altre forme di sessualità "non allineata" rispondono ai desideri ed alle inclinazioni personali dell’individuo e come tali vanno rispettate e difese dalle aggressioni, verbali o fisiche che siano, dalla repressione e dall’ignoranza che condanna "(…) liberi individui ad una vita nell’ombra di una società razzista ed intollerante che vede nell’omologazione e nel profitto l’unica forma di conforto, sicurezza e controllo possibile. (…) La difesa dei diritti omosessuali non deve essere lasciata solo ai diretti interessati ma deve essere voluta, urlata, strappata coi denti da chiunque creda e voglia sentirsi libero. (…) Fino al giorno in cui la società affogherà in questo mare di intolleranze, che condizionano quotidianamente il nostro agire, nessuno potrà ritenersi realmente libero."
3.1.4. No Gods, No Masters
La progressiva laicizzazione dell’odierna società ha posto, negli ultimi anni, in secondo piano la critica alla struttura religiosa che comunque rimane costante. Capace di produrre cieco asservimento morale e materiale, da secoli sfruttata per imporre e legittimare il dominio su altri esseri viventi, la religione ha sempre ricevuto dure critiche da parte del movimento. Coniato nel 1914 dalla femminista anarchica Margaret Sanger, attraverso le pagine del suo giornale "The Woman Rebel" (la donna ribelle), lo slogan No Gods, No Masters (né dei, né padroni), tuttora molto usato, ci permette di introdurre la critica al capitalismo ed alla divisione del lavoro basato su strutture gerarchiche. Secondo l’ideale anarchico il lavoro, che dovrebbe essere finalizzato solo alla produzione di quello che è realmente necessario, dovrebbe essere organizzato collettivamente e principalmente rivolto ai bisogni della comunità nella quale l’individuo risiede in quel periodo. Tutti sono chiamati a contribuire in un clima di mutuo supporto e cooperazione in una società dove divisioni di classe e strutture gerarchiche non trovano posto. "I difensori delle attuali strutture st atali vorrebbero farci credere che non possiamo vivere senza di esse, ma il capitalismo è nato solo nel 1700 e molti dei moderni apparati statali non esistevano prima del 1800! (Esistono alcuni esempi di società dove…) per migliaia di anni le persone hanno vissuto in modo relativamente pacifico organizzandosi senza re, capi, burocrati, classi sociali e famiglie patriarcali. (…) Il capitalismo è una economia basata sulla coercizione del lavoro. La religione è una cultura basata sulla coercizione della stima individuale." Inoltre il lavoro, per come è organizzato nell’odierna società, viene visto come pratica di alienazione capace di privare l’individuo della maggior parte del proprio tempo libero, incanalandolo in logiche di produzione e consumo che lo distolgono dal coltivare i propri interessi e la propria personalità. Più volte si è sottolineato il carattere decisamente anticapitalista del movimento che riconosce nelle multinazionali, il cui unico scopo riconosciuto è il conseguimento di enormi profitti, la responsabilità diretta di numerose pratiche di sfruttamento, impoverimento e distruzione di esseri umani, animali e vegetali. "Il capitalismo è, infatti, uno dei sistemi economici tra i meno democratici che esistano. In una economia "democratica", ogni membro della società dovrebbe avere una eguale voce in capitolo su come le risorse vengono utilizzate e su come il lavoro è condotto. Ma nell’economia capitalista, dove le risorse sono tutte di proprietà privata e tutti competono per il loro possesso, molte risorse finiscono sotto il controllo di poche persone (oggi: multinazionali). (…) Alla fine, neanche loro sono realmente al potere in quanto non appena abbassano la guardia e smettono di cercare di rimanere in testa alla piramide, scivolano velocemente al gradino più basso insieme a tutti gli altri; questo implica che nessuno è realmente libero in un sistema capitalista: tutti sono ugualmente schiavi delle leggi della competizione."
3.1.5. Attivisti e azione diretta
Per molti attivisti il processo di educazione personale non basta. Maturare un approccio critico al sistema, non cedere alle menzogne e alla superficialità dei mass media, individuare, contestare e cambiare atteggiamenti discriminatori e via dicendo sono solo alcune delle pratiche messe in atto dall’individuo. "Le attività politicamente positive del punk sono riconducibili a due principali categorie. Una è l’impegno nello sviluppare una comunità ("la scena"). Questo tipo di attività include scrivere fanzine, autoprodurre dischi, scriversi, viaggiare o semplicemente girare assieme a buoni amici. La seconda categoria di attività punk politicamente positive si focalizza nel cambiare noi stessi. Ciò include essere vegetariani / vegani, enfatizzare il riciclaggio, esaminare il razzismo, il sessismo e l’omofobia che si annidano in noi stessi e nella nostra comunità, eccetera. Come ho già detto queste attività devono continuare. Sono assolutamente necessarie per creare un cambiamento e per crearlo in modo divertente." Ma tutto questo non basta. Se l’obiettivo è un reale cambiamento del sistema, tale cambiamento non può essere atteso dall’evolversi degli eventi né tantomeno essere richiesto a intermediari politici che dallo stesso sistema traggono enormi vantaggi. "(…) Lo stipendio di un politico italiano è di 37.086.079 lire al mese! Oltre a tutto ciò essi godono di talmente tante immunità che non pagano praticamente nessun servizio, viaggi e telecomunicazioni comprese. E hanno pure il coraggio di percepire rimborsi spese di affitto e di viaggio nell’ordine di, rispettivamente, 5.621.690 lire e 2.052.910 lire al mese!!! Ai quali si aggiunge un rimborso generico di 1.000.000 di lire, sempre mensile ovviamente, non si sa poi per cosa. Senza contare indennità di carica per svariati motivi che arrivano fino ai 200 milioni di lire. Non è finita: i parlamentari vanno in pensione dopo solo 35 mesi, percependo 4.762.669 lire al mese, mentre obbligano i cittadini italiani a lavorare 35 anni! (…) Come si può credere che questi bastardi abbiano il benché minimo desiderio di cambiare il sistema di incredibili e assurdi privilegi dei quali godono, alle spalle dei cittadini? Cittadini che uccidono di tasse e ai quali negano i servizi sociali, che dovrebbero essere garantiti dalle somme estorte per tutta una vita attraverso tasse e contributi. Il vero deficit lo creano loro: la sola camera di deputati costa al cittadino 4.289.968 lire al minuto !!!. Vogliono farci credere che tutto ciò serve a distoglierli da altri pensieri che non siano il bene del paese. Ma questi infami pensano solo al bene del proprio portafoglio tanté che estorcono tangenti a chiunque cerchi di ottenere anche una minima licenza "permesso" per fare qualsiasi cosa, pure respirare. I veri delinquenti sono loro! Non chi cerca di sottrarsi a questo fottuto sistema di sfruttamento legalizzato! Questo stato dovrebbe essere raso al suolo!" Un cambiamento che non vuole radere al suolo una istituzione per sostituirla con un’altra, ma un cambiamento che riporti l’essere umano a forme di associazione e aggregazione collettiva che sfuggano gerarchie e ruoli imposti. Alcuni attivisti, inoltre, riconoscono un ritorno alla vita selvaggia, in risposta alla "domesticazione" del vivere moderno, come possibile via per evitare la reinstaurazione di strutture gerarchiche e permettere lo sviluppo di uno stile di vita in completa armonia con la natura. Non potendo essere richiesto alle istituzioni, né chiaramente a organizzazioni private, il cambiamento deve avvenire per mezzo di azioni concrete portando la propria attitudine dall’individuale al sociale. Eric Boehme di ATR fanzine individua nel solo "attivismo individuale" (lifestyle activism) non solo la causa dell’insorgenza di numerosi aspetti negativi, quali cinismo, scarsa fiducia nel reale effetto delle proprie azioni e senso di superiorità nei confronti degli altri, ma anche il riflesso dell’ideologia capitalista nella quale siamo inseriti sin dalla nascita. L’esistenzialismo insito nell’attivismo come stile di vita porta, sulla base dell’assunto che nulla può essere fatto per una "rivoluzione" a lungo termine, alla ricerca di benessere al solo livello individuale e ad una conseguente apatia politica. Un tale punto di vista ben si sposa con l’alienante atomizzazione sociale del sistema capitalista, isolamento che porta l’individuo a perpetrare esclusivamente i propri interessi. Organizzarsi in collettivi, cooperare e comunicare, attuare pratiche di sabotaggio e boicottaggio, partecipare e promuovere manifestazioni, esprimere il proprio supporto e aiuto verso prigionieri politici o altre vittime del contesto sociale, introdursi in laboratori di vivisezione col duplice scopo di sabotarli e di salvare gli animali da torture immonde, sviluppare e approfondire in modo critico la conoscenza dei problemi, sono solo alcune delle pratiche più usate per resistere e contrattaccare un mondo ritenuto iniquo e assurdo. Agire localmente per un bene comune più grande "(…) ricordandosi che la "rivoluzione" è un processo a lungo termine." "Il movimento di liberazione animale non si batte affinché gli animali abbiano gabbie un poco più ampie, ma nessuna gabbia, nessun prezzo e nessun padrone che ne disponga a piacimento. Vogliamo per gli animali ciò che vorremmo per noi stessi: libertà di vivere secondo la propria inclinazione e il proprio desiderio. Chiedere questo in una società basata sullo sfruttamento non solo degli animali, ma anche degli uomini e della natura, significa voler ribaltare completamente questa società, togliersi il prosciutto dagli occhi e lottare per i propri desideri, senza essere pedine dei desideri di qualcun altro."
3.1.6. Squat or rot
Una particolare forma di azione diretta si identifica nell’occupazione di stabili abbandonati per poterne ricavare sia un posto dove poter abitare sia un posto che funga di stimolo ed aggregazione. L’occupazione risponde spesso a condizioni socio-economiche critiche, dove l’impossibilità di affrontare un affitto oppure estrema povertà spingono determinati individui ad occupare abusivamente uno stabile. "L’occupazione è una immediata e pratica soluzione ad un immediato e concreto problema: hai bisogno di un posto dove stare e non ne hai uno. Dopo averne individuato uno abbandonato, averne forzato la serratura, esserci entrati e averlo reso relativamente abitabile, lo stabile risolve il problema. (…) occupare, anziché pagare un affitto, permette di destinare i soldi che ti rimangono per cibo e vestiario o, se ne hai abbastanza, per "beni di lusso"." L’occupazione non è chiaramente pratica esclusiva del movimento DiY ma ne rappresenta un aspetto di fondamentale importanza. Le occupazioni infatti, oltre che da impellenti necessità economico – sociali, sono spesso frutto di una ferma volontà di opposizione politico – sociale che persegue un preciso obiettivo. "La costruzione di momenti di socializzazione, di crescita collettiva, di espressione ad ogni livello è il nostro percorso di autogestione che ci dà gli strumenti e gli spazi per essere realmente, giorno per giorno, in opposizione al sistema e al di fuori delle dinamiche della cultura dominante. Questo è un percorso che è – ovviamente – potenzialmente di tutti; invitiamo quindi tutti ad esserci realmente, lealmente e soprattutto nel rispetto degli altri, o altrimenti a starne fuori…" Oltre a necessità e desideri particolari, gli squatters ("occupanti abusivi") sottolineano come l’occupazione sia in realtà un modo per riappropriarsi di risorse, numerose abitazioni ed edifici industriali, abbandonate a se stesse e spesso in avanzato stato di degrado. Motivo principale di tale abbandono è il fatto che esse abbiano smesso di essere considerate utili a fini economici, nel caso di edifici industriali non più utilizzati, oppure risultino più utili inutilizzati e vuoti a fini di speculazione edilizia. Speculazione che trae giovamento da tale forzata contrazione dell’offerta, che spinge in alto i canoni di locazione, a fronte di una domanda che non diminuisce in quanto legata alla soddisfazione di un bene fondamentale per chiunque: un riparo sicuro. Bene fondamentale che spinge molti attivisti a considerare il canone d’affitto come un vero e proprio furto. "Occupare è una soluzione al problema dei senza tetto, vuote proprietà e speculazioni. Procura case per coloro che non possono affrontare affitti da estorsione. (…) Occupare significa prendere il controllo della situazione anziché restare in balia di burocrati e proprietari. L’occupazione è ancora legale, necessaria e libera." Lo squat non risponde solo a esigenze personali ma, attraverso le sue iniziative, funge anche da importante punto di ritrovo e stimolo, sia politico sia sociale, per numerosi individui altrimenti insoddisfatti da percorsi culturali e ludici organizzati secondo normative ed abitudini ritenute alienanti e limitanti. "Ogni città ha delle aree abbandonate e disastrate. Ciononostante, termini negativi quali quelli appena citati potrebbero far passare in secondo piano il fatto che l’occupazione di queste aree dimenticate le può trasformare sia in abitazioni sia in aree creative. Nelle tre settimane di apertura di Eclectic City (Newcastle, Inghilterra, settembre 2000) uno stabile abbandonato è stato trasformato in un movimentato luogo dove trovavano spazio un bar libero, un centro informativo (altrimenti definito infoshop e cioè "negozio" di informazioni. NdA), uno spazio a disposizione di musicisti, poeti, artisti, e fotografi, riparo per molti senzatetto e uno spazio per gli skaters locali. Centinaia di persone si sono recate all’Eclectic City in questo breve tempo, sottolineando così la necessità di avere posti dove giocare, lavorare, incontrarsi o anche solo il bisogno di sentirsi al di fuori di qualsiasi struttura rispondente a logiche commerciali precostituite." L’occupazione, inoltre, è essa stessa atto politico di rivendicazione di una propria autonomia, teso a destabilizzare l’esistente criticandone strutture e convenzioni e inserendosi in un più ampio contesto di azioni dirette sviluppatesi in seno alla cultura DiY. "Ogni squat è differente. Le pratiche e la teoria sviluppate dagli / dalle occupanti dipendono in gran parte dai contesti politici, socio-economici, giuridici, inter-relazionali ecc., ma ogni squat è "politico" nel senso che sconvolge, a volte anche involontariamente, l’ordine sociale e la proprietà privata. Lo squat è un riflesso degli spazi abbandonati dalla borghesia e dal sistema capitalista in generale. Di conseguenza non può essere considerato come uno scopo ma piuttosto come un mezzo. Ma non importa il mezzo. Lo squat può essere un luogo di resistenza e di sperimentazione. Occupando, la ricerca di autonomia permette di realizzare alcune delle nostre idee. Occupare è prendere una parte del proibito, è porsi un minimo in rottura a livello socio-economico. La quotidiana lotta degli squatter si può portare avanti anche attraverso altre pratiche: autogestione, generosità, recupero / riciclaggio, richieste in varie direzioni, apertura verso l’esterno, confronto tra stili di vita, dibattiti…" Sviluppatisi attorno al medesimo contesto ideologico, gli squats anarchici vicini al movimento DiY (è bene ricordare come non tutte le occupazioni lo siano) rappresentano un importantissimo e fondamentale network di luoghi e contatti che fungono da insostituibile punto di riferimento per il movimento. Una rete che offre disinteressata generosità e ospitalità a nuovi nomadi, gruppi in tour o persone in cerca di un posto dove stare. Un network che garantisce la condivisione dell’etica DiY e quindi un profondo rispetto per diversità e libertà altrui.
3.1.7. Critical Mass e Reclaim the Streets
Tra le azioni più spettacolari del movimento, volte alla rivendicazione di spazi sicuri per l’essere umano contro il pericolo e l’inquinamento dell’automobile, vi è Critical Mass. Essa consiste sostanzialmente in un’azione di disturbo del traffico urbano, attuata in bicicletta, che si è concretizzata in tutto il mondo occidentale industrializzato. Un gran numero di ciclisti, il cui numero è estremamente variabile ma arriva anche a sorpassare il centinaio, percorre un percorso urbano prestabilito in modo che l’ingente numero riesca a paralizzare il traffico. L’intento è quello di far sì che l’automobilista, e per estensione il cittadino, prenda coscienza del disagio causato dalle automobili. "Il critical mass di luglio (1998) a Minneapolis è stato il più grande dell’anno. Più di 130 Ciclisti sono scesi nelle strade venerdì pomeriggio, nel bel mezzo del traffico dell’ora di punta, per affermare il proprio diritto di circolare, per distruggere la cultura dell’automobile e per celebrare la bicicletta come uno stile di vita." Per molti attivisti, infatti, la bicicletta rappresenta una valida alternativa per svincolarsi da un circuito continuo e imposto di spese, doveri e controlli. Essa rappresenta inoltre un mezzo di trasporto estremamente coerente con le proprie istanze ecologiste. "La bicicletta non ha bisogno di particolari nozioni o abilità, né per l’uso né per il mantenimento. La bicicletta ed un umano sono totalmente sufficienti a sé stessi, in culo alle regole della strada (soldi, multinazionali, meccanici, benzinai, biglietti, controllori…), a quelle dello stato (proprietà, assicurazioni, patenti, targhe, tasse…), a quelle dei trasporti a motore (aeroporti, parcheggi, autostrade, rumore, inquinamento…) a quelle del ciclismo (bicistrafiga, ciclistastrafigo, sport…), in culo a chi dice che in bicicletta non si può (sulla mia bici ho trasportato le cose più incredibili, sono sempre il più veloce in città, ho percorso distanze che neanch’io pensavo possibili, l’ho usata nelle più avverse condizioni atmosferiche…). (…) Insomma un po’ di astuzia e la bici non è libertà ma la bici è libera." Similmente avversi alla cultura della macchina sono altri collettivi, tra cui i più famosi e conosciuti sono gli inglesi Reclaim the Streets e Road Alert, che attraverso l’organizzazione di grossi free party coalizzano migliaia di persone nei cantieri di costruzione di nuove strade o autostrade col preciso intento di fermarne la costruzione. A queste iniziative si affianca spesso la pratica di occupare i siti (boschi, colline, campi od altro) che si vogliono proteggere dalla distruzione causata dall’avanzata del progresso. Da queste occupazioni temporanee nascono spesso dei campeggi stabili (formati da raggruppamenti di tende, capanne, furgoni e addirittura case sugli alberi e reti di tunnel sotterranei) che strutturano svariate forme di resistenza e sabotaggio per ritardare o bloccare i lavori. "Sono arrivati in venti, travellers, squatters, ecologisti, han messo su un campo permanente con tenda comune, cucina e latrine. Poi han costruito case sugli alberi e bunker sotterranei, le due fazioni di climbers (arrampicatori) e tunnelers in sfida amichevole. Autofinanziamento con donazioni in natura della gente del posto (cibo, docce, feste di tanto in tanto)." Obiettivo di questi eco-warriors non sono solo le strade ma tutti i progetti di costruzione in quelle aree naturali "(…) oggi sotto minaccia di "sviluppo" da parte di speculatori senza scrupoli e consiglieri intangentati (…)" Questo tipo di resistenza ingenera spesso una spirale di crescente violenza da parte delle forze dell’ordine, affiancate spesso da guardie private, nei confronti degli attivisti che reagendo, spesso affiancati da membri delle comunità locali stimolati dal loro esempio, innescano delle vere e proprie battaglie. Nonostante alcune di queste battaglie siano state perse, il risultato complessivo è sorprendente. La somma delle azioni di questi campi ha infatti provocato l’archiviazione per due anni, da parte del governo inglese, di tutti i progetti di costruzione di nuove strade. Molte ditte si sono ritirate da appalti controversi ed alcuni progetti sono stati abbandonati del tutto a causa degli alti costi che uno sgombero implica. Infatti esse, oltre a fronteggiare gli ingenti danni causati dalle numerose azioni di sabotaggio, sono costrette ad assumere servizi d’ordine privati per sorvegliare i cantieri durante e dopo lo sgombero. "Proteggere l’investimento materiale finisce per costargli più dell’investimento stesso. A Newbury il costo dello sgombero ha oltrepassato il miliardo. Quella del portafoglio che si svuota spesso è l’unica voce che le loro orecchie sentono." Gli attivisti individuano un ulteriore fattore di successo in simili forme di azione. Esse infatti provocano un allargamento del dibattito e della critica al sistema a persone, in generale la popolazione locale ma non solo, che fino a quel momento non ne erano coscienti, né tantomeno avrebbero mai pensato di trasgredire la legge per far valere i propri diritti e la propria opinione.
3.2. No compromise in defence of our Mother Earth!
Come già accennato in precedenza l’anarchismo insito nella cultura DiY è caratterizzato da una profonda vena ecologista. Si è pertanto deciso di titolare tale paragrafo utilizzando uno dei più efficaci slogan utilizzati dal movimento: Nessun compromesso nella difesa di Madre Terra! Centrale nel DiY è la lotta all’industrializzazione, alla distruzione dell’ecosistema e la ricerca di uno stile di vita che eviti il più possibile ogni forma di sfruttamento delle risorse naturali e animali. La dieta vegana o vegetariana, il boicottaggio di prodotti derivati da sfruttamento animale e l’opposizione alle biotecnologie, la creazione di comunità autonome, nonché numerose forme di azione diretta sono solo alcune fra le metodologie di comportamento più usate. Nel tentativo di dare un esauriente quadro dell’attitudine ecoradicale ne ripercorreremo lo sviluppo soffermandoci sui collettivi che hanno avuto più impatto, o notorietà, nella "lotta in difesa di Madre Terra".
3.1.1. Green Anarchist e l’anarchismo ecologista inglese
Le origini del movimento ecologista risalgono alla metà degli anni Sessanta. Nel 1965 viene pubblicato Primavera silenziosa di Rachel Carson, libro dove si esponeva le conseguenze dannose dell’accumulo di DDT sulla catena alimentare. Il libro dava occasione per la prima volta alle persone di confrontarsi con le conseguenze ecologiche delle proprie azioni. Grossomodo negli stessi anni nasce Greenpeace che ottenne pubblicità mondiale nel fallito tentativo di fermare i test nucleari nel pacifico. La sinistra, seguendo un atteggiamento già precedentemente adottato nei confronti del movimento delle donne, criticò aspramente l’affacciarsi del movimento verde. Nei primi Settanta uscì un libro che ebbe particolare rilievo per le idee anarchiche: Indicazioni per la sopravvivenza di Edward Goldsmith. Tesi cardine del libro era che la crescita economica aveva violato il principio di sostenibilità. sovrappopolazione e inquinamento, unite ad una sostanziale diminuzione delle risorse, ponevano in pericolo l’equilibrio dell’ecosistema. Il libro proponeva come possibile soluzione il ritorno a quelle che venivano definite società vernacolari: gruppi preindustriali e tribali in armonia con la natura. Nonostante la sua importanza, l’opera di Goldsmith ricevette dure critiche dal movimento femminista in quanto nel libro veniva accettata acriticamente la logica patriarcale presente nella società tribale. Ciononostante il libro di Goldsmith, assieme alle teorie ecologiste di Schumacher, influenzarono in maniera considerevole la controcultura delle comuni degli anni Settanta nelle quali si travisava, a differenza di quelle sviluppatesi nei ’60, la base per un modello alternativo di società. Un altro autore che, per quanto controverso e in seguito aspramente contestato, seppe imporsi all’attenzione del nascente movimento fu Richard Hunt che in una serie di opuscoli seppe sviluppare ed arricchire l’ideologia del movimento ecologista anarchico. Hunt analizza la produzione del surplus in campo economico e cioè la quantità prodotta in più rispetto a quella strettamente necessaria per il proprio sostentamento. Secondo questa "legge del minimo sforzo", formulata su basi antropologiche, anziché lavorare per produrre surplus l’uomo si sarebbe dedicato all’ozio. Tale situazione cambiò a seguito di un impoverimento della terra disponibile in Mesopotamia causato da un cambio climatico alla fine dell’ultimo periodo glaciale (5000 A.C. circa). L’economia dei cacciatori raccoglitori entrò in crisi e si sviluppò un tipo di agricoltura più stanziale e intensiva. L’organizzazione del territorio portò alla divisione del lavoro secondo le proprie abilità. Secondo Hunt si creò una classe di organizzatori che ben presto imparò ad usare la religione per legittimare il proprio dominio sulla classe di lavoratori. Inoltre il surplus permetteva ai dominatori di mantenere una classe militare da utilizzare per imporre il proprio potere sulle classi inferiori. La sempre maggiore esigenza di surplus sarà alla base delle spinte espansionistiche che si svilupperanno in due modi: il "furto" e cioè l’uso della forza bruta, la conquista, e il "baratto", il commercio, e quindi lo sviluppo di un’altra classe dominante: gli artigiani. L’unica possibilità di reazione da parte delle popolazioni vicine era la creazione di surplus, ricreando società simili a quella da cui venivano attaccate. L’invenzione della moneta rafforzerà ulteriormente il potere del commercio che unito all’istituzione del sistema delle tasse fornì un efficace metodo di assoggettamento delle popolazioni colonizzate. I contadini infatti erano obbligati a produrre surplus per il mercato in modo da potere ottenere la moneta indispensabile per pagare le tasse. Nato circa due millenni fa, questo metodo venne riutilizzato anche nel XIX secolo: le autorità infatti obbligarono le popolazioni sottomesse a pagare le tasse in moneta costringendole ad accettare i lavori, sottopagati, nelle piantagioni inglesi. Chi si rifiutava di pagare veniva punito con la distruzione della propria capanna. Hunt proponeva come possibile soluzione la ricostruzione della società in comunità piccole e indipendenti. Col successivo opuscolo Hunt, che nel frattempo era diventato membro dell’ Ecology Party fondato da Goldsmith anni prima, allargò le proprie tematiche analizzando più in dettaglio la crisi del terzo mondo. Hunt non si limitò a prendere in esame il problema della sovrappopolazione ma contestualizzò la crisi in un sistema di ingiustizie sostenuto principalmente dal mondo occidentale. Oltre a sottolineare come la maggior parte dei problemi del terzo mondo fossero diretta conseguenza di anni di colonialismo, il movimento ecologista evidenziò come due grossi interventi delle nazioni unite negli anni ’70, la Rivoluzione Verde e la crisi dell’OPEC, non solo non risolsero il problema ma lo aggravarono. Proposte per risanare le maltrattate terre del terzo mondo, le colture sperimentali sviluppate nei laboratori non riuscirono a sopravvivere al di fuori di essi. Al termine delle sperimentazioni i paesi del terzo mondo si ritrovarono ancor più aspramente indebitati di prima. Tale indebitamento non toccò le élite locali ma creò enorme sofferenza per le popolazioni debitrici. L’opuscolo di Hunt nasce in risposta al rapporto Brandt del 1980 per le Nazioni Unite dove, alla rilevata crescente disparità tra le nazioni sviluppate e quelle del terzo mondo, si proponeva la fornitura di assistenza tecnica in modo che queste nazioni potessero competere sul mercato in modo equo. Il rapporto Brandt arriva a sostenere la necessità dello sviluppo ulteriore delle nazioni più ricche in modo da permettere loro di fornire più aiuti a quelle più povere. Hunt critica aspramente questa posizione additando la responsabilità della povertà delle popolazioni del terzo mondo proprio allo sviluppo del mondo industriale occidentale che ne ha trasformato le colture di sussistenza, in origine sufficienti a sfamare le popolazioni locali, in colture intensive utili allo sviluppo dell’industrializzazione. Tale processo resiste tutt’oggi e si inserisce in un contesto di critica degli aiuti umanitari stessi in quanto essi "(…) trattano i sintomi ma non le cause della situazione, cause che vengono dimenticate." Non solo, spesso tali aiuti venivano sfruttati dai governi locali per poter spingere le proprie popolazioni verso atteggiamenti desiderati. I governi locali infatti fanno parte di uno dei tre poli del triangolo della corruzione individuato da Hunt. Partner di questo immane sfruttamento sono i governi dei paesi occidentali e le multinazionali. "Il governo del centro instaura un regime fantoccio nel terzo mondo, questo regime usa le armi importate dall’occidente per scacciare (in un modo o nell’altro) la popolazione dalla terra e garantire il via libera allo sfruttamento da parte delle multinazionali sia della terra che delle popolazioni." Per Hunt, quindi, la funzione del libero mercato non ha altro fine che aprire ulteriori mercati nel sud del mondo. Inoltre, non potendo le manifatture locali poter competere sul mercato, si creerebbe una grande massa di lavoratori urbanizzati e disoccupati a disposizione delle multinazionali come manodopera a bassissimo prezzo. Teoria che ha trovato amara conferma nelle bidonvilles e "baraccopoli" che circondano i maggiori aggregati urbani del terzo mondo dove migliaia di persone soffrono quotidianamente la fame e vivono nella speranza di trovare un lavoro saltuario nelle metropoli. In un contesto del genere Hunt vede come unica possibile soluzione l’inversione delle tendenze alla globalizzazione. Inoltre le colture dei paesi del terzo mondo dovrebbero chiudere la propria economia smettendo di essere fornitrici di materie prime necessarie ai paesi industrializzati, commercio che offre enormi benefici ad una ristretta élite ed affama tutto il resto della popolazione, in modo da poter realmente risanare le proprie terre. "Poiché è nei paesi del terzo mondo che ci sono le risorse che tengono in piedi l’economia mondiale, è il mondo industriale che ha bisogno del terzo mondo e non il contrario." Contro questo sfruttamento Hunt auspica la rivolta della popolazione non solo contro le classi dominanti ma contro la struttura della società stessa. Il fine ultimo è un’economia sganciata dal mercato globalizzato ed un ritorno all’auto consumo. Egli cita anche alcuni esempi di simili riappropriazioni in Uganda e America Latina. Nel 1982 Hunt, assieme ad altri, abbandonerà l’Ecology Party deluso dalla scarsa attività del partito accusato di aver abbandonato le proprie origini, basate su azioni concrete, a favore di una logica più elettorale. Nel 1984 fonderà un giornale: Green Anarchist (anarchico verde). I primi anni del giornale furono molto movimentati e subirono svariati contrasti e defezioni. Causa principale fu lo stesso Hunt che negli anni sviluppò un’attitudine sempre più orientata verso posizioni marcatamente dispotiche e fasciste sia nella conduzione del giornale sia nell’elaborazione delle proprie idee. Fattore di rinnovo furono Chris Laughton, che aveva precedentemente cercato di creare Earth First! in Inghilterra, e soprattutto Paul Rogers già collaboratore di Peace News dalla cui redazione si staccò in quanto più orientato all’azione diretta. Rogers riuscì a riallacciare i rapporti col mondo controculturale, ormai stanco delle invettive di Hunt, e fornì largo supporto alle azioni dirette degli animalisti oltre a critiche nei confronti della burocratizzazione del Green Party. Nel 1990 Laughton abbandonò e, affiancato da Kevin Lano precedentemente cofondatore del "Movimento di liberazione sessuale anarchico", Rogers riuscì a portare Hunt, che deteneva il controllo esclusivo dei fondi del giornale, alle dimissioni. L’occasione la fornì uno stesso articolo di Hunt a favore dell’intervento nella guerra del golfo. Attivi entrambi in movimenti contro la guerra Rogers e Lano, costretti loro malgrado a pubblicare l’articolo, lo accompagnarono con un loro scritto che criticava energicamente le posizioni patriottistiche di Hunt. L’affronto portò Hunt alle dimissioni ed alla fondazione nel ’91 di un proprio giornale, Alternative Green, dove sviluppò ulteriormente le sue posizioni gerarchiche e fasciste. Finalmente libera da Hunt, la redazione di Green Anarchist poté riorganizzarsi riallacciando numerosi contatti persi in passato e riformando e integrando le proprie idee. Essi decisero "(..) di integrare le idee dell’anarchismo verde nord americano con le esperienze e le analisi di Hunt e con il pensiero più radicale del movimento verde britannico." Un successivo passo fu la necessaria decentralizzazione sia a livello organizzativo, assicurandosi che il controllo delle risorse non potesse più essere in mano ad una sola persona, sia sviluppando una più ampia rete di collaborazioni anche estere. Nel corso delle proprie pubblicazioni Green Anarchist affrontò in modo critico vari aspetti della tradizione anarchica verde. Nonostante Murray Bookchin, di cui si parlerà più avanti, avesse il favore delle femministe, il gruppo editoriale di Green Anarchist ne criticò il modello di divisione del lavoro basato sulle differenze di genere (sesso). L’autonomia femminile viene considerata un tema centrale per la costruzione di una società futura anarchica e verde. Una simile posizione poteva gettare le basi per eventuali discriminazioni. Sempre nel campo delle discriminazioni GA vede le origini del razzismo nell’imperialismo. Creando diffidenza nei confronti delle culture estranee alla propria civiltà, si poteva caratterizzare negativamente queste popolazioni e quindi sfruttarle. "Gli africani potevano essere sfruttati legittimamente perché, seguendo l’autorità biblica, non erano cristiani, ma pagani e perciò era giusto trattarli solo come bestie da soma." Green Anarchist troverà nella critica situazionista nuovi stimoli nell’analisi della società industriale. L’internazionale situazionista, la cui storia risale al 1966, si concentrò sull’analisi dell’alienazione derivante dall’organizzazione del lavoro. Principali cause di questa alienazione derivano dal distacco esistente tra il lavoratore e il prodotto finito. Il situazionismo inoltre individua nella spettacolarizzazione della società la creazione di un distacco tra realtà e rappresentazione. Attraverso la pubblicità e i mass media il prodotto smette di essere fruito in quanto tale ma si carica di un’identità particolare che ne diventa il vero motivo d’acquisto. Anche il tempo e lo spazio vengono assoggettati alle esigenze capitaliste spingendo l’individuo in un ciclo di lavoro, consumo e riposo che sfugge al suo controllo. I situazionisti sostennero la necessità di creare situazioni capaci di scioccare il popolo al fine di metterlo in condizione di prendere coscienza dell’alienazione insita in un tipo di esistenza simile. Lungi dall’accettarne acriticamente le posizioni, Green Anarchist ne sviluppò la portata concentrando la propria analisi sul concetto di massa, e quindi sulla "scala" del fenomeno trascurata dai situazionisti, evidenziando come produzione, consumo e comunicazione di massa contribuiscano alla globalizzazione di determinati valori a discapito dell’identità individuale. In una società dove le spinte eversive sono seppellite dalla facile omologazione ad uno status quo di immediata acquisizione, il controllo risulta estremamente più facile. "Monopolizzando i mezzi necessari alla sopravvivenza nella società tecnologica-industriale, una piccola élite rende dipendenti le masse" utilizzando mezzi tradizionali quali quelli militari, religiosi ed economici ai quali si sono aggiunti quelli tecnologici. Resi massa informe e spersonalizzata, complice l’atomizzazione sociale, le persone si sentono prive di sicurezza e potere e tendono a cedere facilmente all’assimilazione di falsi "(…) miti paternalistici tra cui quello che sostiene che lo stato si può prendere cura di loro meglio di quanto loro stessi poterebbero fare, quello che devono sopportare è per il loro proprio bene e per il bene della società intera." Green Anarchist sviluppa anche una propria strategia di resistenza ritenendo che la più appropriata forma di organizzazione anarchica sia un coordinamento di separati piccoli gruppi di affinità. Pratica direttamente influenzata dalla femminista anarchica Cathy Levine che sostenne come tutte le strutture formali, burocratiche e di massa, ma anche quelle di movimento, finiscano per replicare concetti e metodologie di tipo patriarcale (e quindi autoritario). I concetti di Hunt vengono rivisti e corretti, depurati dalle istanze nazionalistiche ed allargati nelle loro considerazioni sociali. Il concetto di periferia, principalmente i contadini del terzo mondo, sfruttato dal centro, i paesi sviluppati, viene allargato ulteriormente. L’analisi si sposta anche alle "periferie" della società industrializzata analizzando le minoranze sessuali e culturali, gli animali, i disadattati e tutte le vittime del decadimento industriale. Essendo categorie principalmente lasciate a se stesse, esse non hanno nulla da perdere in quanto non possiedono nulla e sono quindi le più disposte ad attaccare lo stato e le sue strutture. Secondo Green Anarchist quella che definisce come "la nuova cultura di resistenza degli anni 90" può esprimersi efficacemente solo con attacchi autonomi e anonimi di guerriglia alle infrastrutture (strade, ferrovie, centri di comunicazione eccetera) e attraverso strategie di azione diretta volti alla disgregazione della società tecnologico-industriale. "L’economia informale del baratto, la crescita del movimento delle occupazioni (squatters) e dei travellers, la formazione di gruppi di autodifesa degli omosessuali o degli immigrati negli ultimi anni dimostrano che queste categorie stanno cercando una soluzione ai loro problemi per conto proprio senza alcuna delega, rinforzando se stessi e rendendo possibile vivere secondo i propri valori e desideri. Inoltre il crescendo di violenza contro le forze dell’ordine, le sommosse ad ogni stagione nelle città, la guerriglia senza spargimento di sangue che stanno conducendo nelle campagne i travellers, i sabotatori della caccia (Hunt Saboteurs), l’ALF, le cellule dell’Earth Liberation Front, dimostrano che la periferia sociale sta riprendendo ad attaccare il sistema. Lo stato è incapace di negoziare o di addomesticare questi ribelli contro l’Inghilterra civilizzata perché semplicemente essi non vogliono niente dallo stato e non credono più alle bugie del sistema."
3.2.2. L’anarchismo verde americano
a) Earth First! e l’ecologia profonda
Fondamentale per la riorganizzazione del movimento verde furono gli attivisti radicali di Earth First!, collettivo nato negli Stati Uniti nel 1980. Concetto cardine ispiratore di Earth First! fu il biocentrismo, concetto derivato dal norvegese Arne Naess che per primo nel 1972 coniò il termine di ecologia profonda. Il biocentrismo metteva al centro delle preoccupazioni nei confronti del degrado ambientale la natura stessa e non più il solo essere umano. L’antropocentrismo, tipico dei tradizionali movimenti ecologisti ufficiali, si preoccupava esclusivamente dei problemi legati all’ambiente che avrebbero avuto ripercussioni sull’essere umano. Obiettivo del biocentrismo è invece il benessere della terra nel suo insieme. Oltre alla visione del mondo biocentrica, Earth First! sarà di fondamentale importanza per l’enfasi che i suoi membri daranno alla necessità dell’utilizzo dell’azione diretta. Si è già più volte sottolineato come questa pratica risponda ad una generale disillusione e rifiuto nei confronti delle istituzioni, a tutto ciò si aggiunge il sentimento di urgenza nei confronti di un ecosistema quotidianamente "stuprato" dall’industrializzazione. Problema chiave per il biocentrismo era il pericolo che gli stessi ecologisti avrebbero finito, essendo essi stessi uomini, per pensare in modo antropocentrico. La possibilità di una vita in armonia con la natura venne ribadita dall’australiano John Seed che in Pensando come una montagna (1988) sostenne la necessità di un ritorno alla vita in comune ispirandosi alle tradizioni ed ai modi di sentire sciamanici dei popoli tribali. Simili posizioni saranno di profonda ispirazioni per collettivi e comuni come la Donga Tribe, di cui si è parlato nel primo capitolo, o Exodus Collective nel Befordshire, comunità "rasta" multirazziale unita alla cultura rave e con una spiccata tendenza alla protesta sociale. Sempre sul piano della mediazione politica Earth First! rivendica la propria determinazione senza rinunciare all’autocritica: "Ci vediamo come un movimento radicale, ma (…) un movimento veramente radicale cercherebbe di essere diverso, avrebbe il coraggio di dire e fare quello che c’è bisogno di dire e fare, senza riguardi per eventuale popolarità o approvazione." In realtà gran parte del movimento ha sviluppato una profonda tendenza a un atteggiamento simile. L’azione diretta, in quanto spesso condotta in termini illegali, ha spesso inasprito i rapporti tra movimenti radicali e organizzazioni ufficiali. Queste ultime per esempio, avendo a che fare con l’opinione pubblica, spesso prendono le distanze dalle azioni dell’ALF, talvolta condannandole, il che crea incomprensioni e dissidi da entrambe le parti. Earth First! fu un importante esempio anche per il suo modo di auto organizzarsi in maniera orizzontale e non gerarchica che favorisce la collaborazione e lo scambio mentre scoraggia i rapporti di potere. Sempre a tal fine vengono incoraggiate le azioni a livello locale, sia che siano azioni politiche sia che consistano nella creazione di propri giornali. Si cerca di evitare ogni forma di accentramento, anche le risorse finanziarie vengono gestite in comune, in modo da evitare l’instaurarsi di figure carismatiche o potenziali leader. Nel 1991 Earth First! approda anche in Inghilterra dove radicalizza ulteriormente la propria critica inserendola in un contesto sociale e politico più ampio. Se negli Stati Uniti si dava enfasi alle proprie posizioni moderate, interessate esclusivamente alla salvaguardia della natura americana per mezzo dell’azione diretta, in Inghilterra Earth First! allarga lo spettro delle proprie iniziative e della propria critica sociale avvicinandosi sempre più ad altre realtà radicali. Dal 1992 il collettivo inglese pubblica Do Or Die – voices from Earth First!, libro che raccoglie cronache, analisi e punti di vista interni sulle azioni e proteste svolte, con contributi provenienti da tutto il mondo. Ispirata profondamente dall’etica DiY la pubblicazione non raccoglie solo temi a carattere ecologico ma anche articoli riguardanti la lotta di classe, le occupazioni, la repressione, lo sfruttamento nel terzo mondo, le discriminazioni e via dicendo. Nel 1999 l’ottavo volume cambierà il proprio sottotitolo in voices from the ecological resistance per sottolineare la sua natura di sforzo congiunto di più collettivi provenienti da varie aree della cultura del DiY, non solo Earth First! quindi. Giunto al nono volume nel 2001, Do Or Die rappresenta una fondamentale fonte di informazione diretta e non mediata che va ad aggiungersi ad altre numerose pubblicazioni (libri, fanzine, newsletter, volantini) vitali per la creazione e l’analisi di un approccio critico all’odierna società capitalistica.
b) L’ecologia sociale
Un altro influente autore per il movimento ecologista anarchico fu Murray Bookchin. Veterano sia del movimento anarchico sia di quello ambientalista egli sviluppò il suo pensiero in una serie di opere di cui l'ultima (L’ecologia delle libertà, 1982) rappresenta una efficace integrazione fra le idee verdi e quelle libertarie. Anche Bookchin analizza l’importanza delle comunità tribali sottolineando come l’usufrutto, un oggetto è di proprietà di qualcuno solo nel momento in cui lo sta utilizzando, ne sia un principio guida. Bookchin incontrerà anche il favore di molte femministe in quanto rivaluterà la figura femminile e la divisione del lavoro tra i sessi così spesso acriticamente accettata da altri autori. Egli ammette l’esistenza di una divisione del lavoro basata sul sesso ma ribadisce come questo non implichi una inferiorità della donna che gode anzi di grande prestigio all’interno della comunità in virtù del suo ruolo di madre. Nella "società organica" non c’è distinzione fra cultura e natura. Tutto viene vissuto come parte integrante della stessa comunità e animali, alberi e rocce godono dello stesso rispetto dovuto all’essere umano che si vede esso stesso parte integrante della natura che lo circonda. Nonostante i riti animisti avessero lo scopo di integrare l’uomo e la natura, Bookchin vede proprio in questi riti la nascita delle gerarchie. Infatti lo sciamano, trovandosi in una posizione di potere, poteva presentare la divisione gerarchica come naturale ed oggettiva imponendo il proprio volere alla comunità inerme. Bookchin vede nel rafforzamento delle comunità locali, attraverso quello che egli definisce come municipalismo libertario, la possibilità di una riorganizzazione più giusta e indipendente della società.
c) Il primitivismo
La terza corrente di tradizione verde anarchica americana, il primitivismo, ha elementi provenienti dalla rivista accademica Fifth Estate di Detroit, dalla rivista della West Coast Live Wild Or Die (vivi selvaggio o muori) e risente dell’influenza del situazionismo europeo i cui lavori cominciarono a circolare negli USA durante gli anni Settanta. La loro analisi della vita moderna come alienazione colpirono molto George Bradford di Fifth Estate. Egli sostenne la necessità di una tribalizzazione dell’anarchismo, non inteso come ritorno all’antichità bensì come creazione di piccole comunità fondate sul mutuo appoggio. Bradford rifiuta la tecnologia vedendola come principale strumento di alienazione in mano ad una élite tecnocratica. Fredy Perlman pubblicò nel 1983 Contro la storia contro il leviatano. Secondo Perlman l’inizio della civilizzazione è da ricercarsi nelle prime opere di irrigazione nell’antica Mesopotamia. Ne segue un’analisi dello sviluppo di una classe di guerrieri veri responsabili dell’instaurazione della gerarchia. Ma Perlman avrà soprattutto il merito di contrapporre l’identità civilizzata, definita inautentica, alla spontaneità dell’umanità selvaggia. Egli sostiene inoltre che cercare di combattere la società di massa coi suoi stessi metodi e strutture non avrebbe altri effetti che perpetrarne l’esistenza. La resistenza, vista come "(…) la naturale reazione umana alla deumanizzazione", deve essere strutturata secondo forme estranee alla società. Un altro primitivista, Bob Black, basandosi sugli studi di Paul Goodman che sostenevano che solo il 5% del lavoro svolto nella moderna società era realmente necessario, teorizzò una vera e propria "rivoluzione ludica". Secondo Black la moderna società spinge l’essere umano ad una eccessiva serietà che lo allontana dalla gioia derivante dal divertimento. Nel suo opuscolo, che probabilmente farà la felicità di molti raver, attacca anche la sinistra tradizionale accusandola di aver perpetrato l’etica del lavoro come un valore accettabile e giusto. Altri primitivisti analizzeranno il conformismo imposto dalla società come pratica di addomesticamento e la necessaria liberazione dei propri desideri dalle convenzioni repressive come primo necessario passo per indebolire la società industriale in vista di un ritorno ad un mondo libero e selvaggio.
3.2.3. Chi sono i veri ecoterroristi?
Indipendentemente dal contesto di riferimento ciò che accomuna gli anarchici ecologisti di tutto il mondo è la rinuncia alla mediazione politica sociale in favore di pratiche di azione diretta. Il boicottaggio, il sabotaggio, il danneggiamento economico, la diffusione di informazioni sulle reali conseguenze (tra le più riportate: lo sfruttamento e la dissennata distruzione) dell’opera delle multinazionali e dei governi sono solo alcune delle azioni messe in atto dagli attivisti. Trattandosi spesso di azioni in parte o completamente illegali molti attivisti subiscono denuncie, arresti e condanne. Oltre a ciò il movimento denuncia spesso abusi di potere e montature giudiziarie o poliziesche volte alla repressione di tutte le individualità controculturali, spesso anche quando queste non si sono rese colpevoli che di semplice interesse nei confronti delle idee radicali espresse dal movimento. Attorno ai prigionieri politici la cultura del DiY ha sviluppato un profondo e sentito supporto che si articola in molteplici forme. A fianco all’impegno di molti individui nascono anche numerosi collettivi a sostegno dei prigionieri politici anarchici, ma non solo, come per esempio l’Anarchist Black Cross in Inghilterra o il Comitato Difesa Anarchici in Italia. Loro intento è raccogliere fondi attraverso cene, concerti, feste, dischi benefit per i detenuti. Tali fondi servono a finanziare le spese processuali e a sostenere la difficile vita all’interno delle carceri. Le informazioni sulle vicende e gli sviluppi dei detenuti trovano ampia diffusione per mezzo di volantini, manifestazioni, fanzines, raccolte di firme, libri e in internet. Il supporto avviene anche in modo epistolare scrivendo ai detenuti per dimostrare loro solidarietà. In questo contesto si inserisce anche una critica radicale all’esistenza della struttura detentiva stessa. "Puoi finire in galera per molte ragioni. Per esserti difesa da un marito violento, per essere in possesso di una droga illegale o ancora per aver voluto tutte quelle cose che ti circondano e che non puoi pagare… in cella 23 ore su 24, vogliono che tu cambi, che divieni saggio, vogliono inquadrarti nei loro piani macro-economici, in modo che tu sia loro utile per accumulare ancora più profitti. Fino al giorno in cui non metteremo fine a questa follia." "L’esperienza della prigione fa poco per dotare il detenuto di capacità e abilità per trovare un lavoro una volta uscito… la prigione punisce indipendentemente dal pensiero e dalle azioni. Promuove la violenta risoluzione dei conflitti personali e spezza i legami familiari e di amicizia. Essa stimola la dipendenza, l’inattività, la violenza e il deterioramento delle relazioni umani. Tutto ciò rende molto più difficile la reintegrazione una volta usciti." Nata concettualmente da un monaco benedettino, Mabillon, sotto il regno di Luigi XIV di Francia (1643-1715) e attuata per la prima volta in forma concreta nel 1790 (il primo penitenziario sorse in Walnut street a Philadelphia) ad opera dei Quaccheri, la prigione viene vista non solo come totalmente fallimentare nei suoi intenti ma come parte fondamentale del sistema stesso, essenziale nel perpetrarne la logica di dominazione, sfruttamento e controllo. Molti attivisti sono stati definiti dalle istituzioni e dai mass media come "ecoterroristi" e cioè "terroristi ecologici" per sottolineare le motivazioni che ne hanno guidato le azioni. "Non ci stupiamo che la stampa abbia associato parole come ecologia e terrorismo nella vicenda del sabotaggio economico alla Nestlé da parte dell’Animal Liberation Front. (…) Lo stato e le multinazionali stano riutilizzando il solito sistema, hanno parlato dell’ALF come un’organizzazione terroristica." Ma per gli attivisti e coloro che li supportano i veri ecoterroristi sono invece proprio quelle istituzioni che li reprimono. "Evidentemente qualcuno ha deciso che gli anarchici debbano essere il capro espiatorio per le violenze che compiono ogni giorno i governi, gli stati, le multinazionali che affamano e sfruttano il terzo mondo, che inquinano il pianeta. Bisogna distogliere l’attenzione della gente da chi è responsabile della morte per fame di 30 milioni di persone ogni anno e dello sfruttamento di milioni di altri esseri umani." Lo stesso volantino prosegue con un’analisi delle montature a danno di alcuni, presunti, attivisti e delle assoluzioni o insabbiamenti di cause intentate alle maggiori multinazionali così come delle assoluzioni e addirittura promozioni nei confronti dei "massacratori in divisa della scuola Diaz, i torturatori di Bolzanetto, i criminali in divisa che hanno caricato inermi manifestanti a Genova." "Il potere assolve sempre le sue violenze e incrimina come ‘violento’ e ‘sovversivo’ chi vuole giustamente rivoltare un’organizzazione sociale basata sulla violenza e sullo sfruttamento a livello planetario, che sfrutta e uccide uomini, piante e animali. Sono gli stati e le multinazionali i veri (eco) terroristi!"
3.3. Ecoconsumo e diritti animali
"Anni fa, partecipando ad una battuta anti-caccia (in pratica un’azione di disturbo) mi sono trovata un fucile puntato contro. Non potevo nascondermi, né scappare e soprattutto non potevo difendermi, in nessun modo. Me ne stavo lì ferma, incapace di reagire e lucidamente consapevole che la mia vita non aveva nessun valore per la persona che avevo di fronte. Ero convinta che avrebbe sparato, come ad uno scoiattolo o a un capriolo e quando finalmente il fucile si è abbassato ho vomitato per la paura. Questa esperienza ha cambiato radicalmente il mio modo di vivere l’animalismo e il valore "in scala" della vita dell’uomo e dell’animale che mi era stato inculcato fino a quel momento, non valeva più un cazzo. Capisco perfettamente cosa prova un animale indifeso di fronte a un cacciatore, a un allevatore, a un vivisettore e quando penso alla sua condizione, un odio feroce mi annebbia la mente." L’animalismo ricopre una veste fondamentale nella cultura DiY. La difesa degli animali segue numerosi percorsi riguardanti sia un radicale cambio di abitudini sia azioni rivolte verso l’esterno, la società.
3.3.1. Vegetarianesimo e veganesimo
Per gli animalisti è fondamentale adottare uno stile di vita che non implichi sofferenza animale. La dieta vegetariana fornisce un primo importante passo verso l’eliminazione di prodotti di origine animale. Più etica e corretta rispetto all’alimentazione vegetariana viene considerata la dieta vegana. Il termine vegano deriva dall’inglese vegan che secondo alcuni dovrebbe essere la contrazione di vegetarian (veg<etari>an). Vegano è sinonimo di vegetaliano (colui che si nutre solo di vegetali), con lo stesso significato sono in uso anche le parole veganiano o veganista. Essere vegani implica eliminare completamente qualsiasi prodotto di derivazione animale e quindi anche uova, latte e derivati spesso tollerati dai vegetariani. Molti animalisti sottolineano infatti come anche il consumo di questi prodotti comporti sia sofferenza animale sia la generazione di ulteriori profitti per le stesse imprese responsabili della macellazione, produzione e vendita di carne. Contrariamente a quanto si crede, il latte non è insostituibile per l’essere umano. Esso è un alimento raccomandato per il fatto di essere ricco di calcio e proteine, elementi ottenibili da molti cibi. Entrambi presenti in tutti i prodotti derivati dalla soia essi si trovano anche nel pane, le albicocche, i fichi, le prugne, la quinoa, le mandorle, i semi di sesamo, gli spinaci e i broccoli per quanto riguarda il calcio è in tutte le noci, i fagioli, i semi, l’avena, la quinoa, la pasta, il riso e i piselli per quello che riguarda le proteine. La produzione di latte, attività naturale per la mucca e destinata al nutrimento del proprio vitellino, cela in realtà l’applicazione di metodi industriali che rispondono a logiche di sfruttamento intensivo. Per poter produrre latte, formaggi, yogurt, burro ed altri derivati, l’industria casearia spezza il legame materno fra mucca e vitello. Quest’ultimo, separato quasi immediatamente dalla madre, verrà nutrito con un sostituto del latte, mentre in natura l’allattamento durerebbe 6 mesi. Solo il 20% dei vitelli raggiunge l’età adulta, quando potrà cioè produrre latte, il rimanente viene ucciso all’età di due anni per ottenere carne, pelle (generalmente trasformata in pelle scamosciata) e caglio per la produzione di formaggi. La sorte della mucca non è meno impietosa: mantenuta in gravidanza per 9 mesi l’anno e munta per 10, viene costretta a produrre 30 litri al giorno contro i 3 che produrrebbe in natura. Passati due o tre mesi dal parto la mucca viene rimessa incinta (l’inseminazione è sempre artificiale) in modo che la produzione di latte non si fermi mai. Anche la dieta viene spesso mutata in base alle esigenze produttive e spesso vengono somministrati degli ormoni. Le mammelle piene di una mucca possono arrivare a pesare anche 50 kg., ciò causa molto dolore e difficoltà a camminare. La stessa vita si riduce dai 20 anni che vivrebbe in natura ad una media tra i 3 e i 7 anni dove malattie (36%), scarso prodotto (28%) e inabilità a procreare (36%) vengono ritenuti motivi sufficienti per sopprimere l’animale. Una critica spesso rivolta ai vegetariani / vegani riguarda il fatto che nonostante l’adozione di una simile dieta da parte di alcuni individui, il problema dello sfruttamento animale rimarrà. "A parte la vigliaccheria di un atteggiamento del genere, volto più a giustificare la propria inattività che altro, tali frasi (che equivarrebbero a dire "non posso evitare che al mondo esistano guerre quindi continuo a comprare armi") sono il riflesso del modo in cui gli animali vengono considerati nella nostra società: e cioè come oggetti e non come esseri viventi. Il sottrarsi al consumo di carne e prodotti derivati implica direttamente che per il proprio sostentamento non vengono uccisi ulteriori animali. Un risultato di non poco conto direi." La tesi per la quale l’uomo sia onnivoro, e quindi anche carnivoro, viene spesso messa in discussione. L’organismo umano, a differenza di quello dei carnivori, non è adatto al consumo di cadaveri di animali in quanto ne rimane intossicato a causa delle sostanze contenute nella carne. Per ovviare questa tossicità i carnivori cercano di espellere il più velocemente possibile la carne attraverso un intestino che, contrariamente a quello umano che è pari a 12 volte, è lungo appena 3 volte la lunghezza del corpo. Inoltre, le mucose spesse e muscolose dei carnivori riescono a tollerare i forti succhi gastrici necessari alla digestione della carne mentre l’essere umano ne rimane danneggiato. L’uomo appartiene all’ordine dei primati antropomorfi per natura frugivori e cioè atti a consumare frutti, foglie e semi. Assunto confermato dalla neurofisiologia, dall’embriologia e dall’anatomia comparata. Sprovvisto di elementi di offesa l’uomo non è naturalmente portato alla caccia. La sua intelligenza gli ha permesso però di sviluppare attrezzi e mezzi coi quali assoggettare gli animali, abilità che gli ha permesso la sopravvivenza, passando al consumo di carne, nei periodi di forti glaciazioni, siccità, alluvioni ed altre calamità naturali. L’immissione della carne nella dieta dell’essere umano fu quindi probabilmente un fattore di necessità e sopravvivenza. Tale incompatibilità del fisico umano al consumo di carne non è però immune da gravi danni per l’organismo. Il consumo di carne infatti provoca diverse malattie quali cancro, disturbi cardiaci, obesità, impotenza, diabete e via dicendo. Ciò incide significativamente anche sulla durata media della vita. "Oggi solo gli esquimesi restano un popolo carnivoro per necessità assoluta. Essi consumano non solo la carne ma anche gli organi interni e le interiora e bevono il sangue. La durata media della vita di questo popolo è di 25-30 anni. Muoiono vittime della arteriosclerosi causata dall’alimentazione carnivora." Oltre che problemi di salute l’adozione di una dieta vegana da parte di tutta la popolazione potrebbe contribuire a risolvere il problema della fame nel mondo. Un’affermazione che potrebbe apparire azzardata ma che viene confermata dai numeri. "Se destiniamo un ettaro di terra all’allevamento bovino otteniamo in un anno 66 kg di proteine; se invece ci coltiviamo la soia abbiamo un raccolto di 1848 kg di proteine: 28 volte in più!" L’allevamento di animali comporta l’utilizzo di grosse quantità di vegetali di cui la maggior parte delle proteine e dell’energia servono a sostenere il metabolismo dell’animale che quindi non si trasforma in tessuti commestibili. Vi è di conseguenza una enorme perdita di risorse determinata dall’obiettivo degli allevamenti intensivi di ottenere sempre più carne e quindi allevare sempre più animali. L’adozione di una dieta vegan da parte di tutti riporterebbe gli animali da allevamento ad una condizione di sviluppo naturale, e non industrializzata come si descriverà più avanti, e permetterebbe di soddisfare l’intero fabbisogno alimentare mondiale. "Tre miliardi di persone soffrono in condizioni di estrema povertà e 13 milioni di uomini, ogni anno, muoiono di fame; altrettanti muoiono invece per le malattie causate da un eccessivo consumo di carne. Si calcola che sulla terra ci siano 15 miliardi di capi di bestiame allevati dall’uomo. I paesi industrializzati impiegano ben 2/3 della loro produzione cerealicola per l’allevamento del bestiame e si accaparrano le terre migliori del terzo mondo per coltivare cereali destinati agli animali d’allevamento (36 dei 40 paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti dove il 90% del prodotto viene utilizzato per nutrire gli animali destinati al macello). Se tutti i terreni coltivabili della terra venissero usati esclusivamente per produrre alimenti vegetali, si potrebbe sfamare una popolazione 5 volte superiore a quella attuale: verrebbe quindi risolto il problema della fame nel mondo."
3.3.2. Allevamenti intensivi e sfruttamento animale
Affine a quella che potrebbe essere definita come un’ottica biocentrista della vita, il motivo che principalmente spinge gli animalisti ad adottare un tipo di alimentazione vegetariano o vegano è il rifiuto per la brutalità con la quale l’industria alimentare tratta gli animali. "Essere vegetariano per me non è un problema, in quanto per me la carne non è cibo." Non si tratta di una semplice richiesta di un trattamento più "umano" (aggettivo sempre meno visto come nobile e sempre più riconosciuto come sinonimo di orribili azioni) all’interno degli allevamenti, ma della loro eliminazione totale. La richiesta di carne è aumentata sempre più esponenzialmente dagli anni Cinquanta in poi a seguito della crescita economica e dell’aumento del benessere nell’occidente industrializzato. La enorme richiesta di cibi carnei che ne è derivata è alla base dello sviluppo degli allevamenti intensivi che al giorno d’oggi sono le strutture che soddisfano gran parte del mercato. L’unico scopo di queste strutture è il profitto, scopo che è direttamente proporzionale all’abbondanza di carne che riescono a produrre. Di conseguenza ogni aspetto della vita di un animale "da carne", "da uova", "da latte" o altro è posto sotto attento controllo, tanto che l’animale è letteralmente inserito in una vera e propria "catena di montaggio" completamente al di fuori dei suoi cicli naturali. Tutta la sua vita, infatti, si svolge all’interno dell’edificio dell’allevamento e non conosce mai il contatto con l’esterno. Gli animali vengono costretti in gabbie singole dove lo spazio disponibile è talmente ridotto da eliminare qualsiasi possibilità di movimento. Gabbie che spesso hanno come pavimenti delle grate che sul lungo periodo danneggiano loro gli arti. La limitazione dello spazio ha un duplice scopo: sia la possibilità di sfruttare al massimo la struttura, sia far sì che, costringendoli ad una vita sedentaria, gli animali ingrassino di più. L’ambiente stesso è controllato: luce, temperatura e umidità sono regolati in base alle esigenze produttive dell’allevamento. L’alimentazione non risponde alle esigenze delle diverse specie di animali ma alla capacità di ingrasso fornita. Ingrasso che è ricercato anche attraverso la somministrazione di ormoni e sostanze di sintesi. Lo scandalo della "mucca pazza" ne fu uno degli effetti più rilevanti provocato proprio dalla somministrazione di mangimi di derivazione animale ad erbivori. Le orribili condizioni nelle quali gli animali sono costretti a vivere provocano in essi patologie sia fisiche sia psicologiche: vengono quindi somministrati diversi tipi di farmaci che si aggiungono alla pratica di privare l’animale dei propri strumenti di "offesa", come le corna ad esempio, in modo da evitarne il suicidio come già avvenuto in passato. Anche il viaggio verso i luoghi di macellazione riserva ulteriori gravi sofferenze: i mezzi di trasporto sono riempiti all’inverosimile ed i viaggi, che durano giorni, conoscono un’alta mortalità. Molti animali, infatti, privati di acqua e cibo, indeboliti dalla vita nell’allevamento e dalla mancanza d’aria nei camion si accasciano sul pavimento pieno di letame e muoiono schiacciati dei propri simili. Giunti a destinazione vengono spinti a bastonate e scosse elettriche verso le stalle di premacellazione a da qui nel cosiddetto "tunnel della morte". Lo stress del viaggio, il ritrovarsi in una situazione completamente nuova, il forte odore di sangue e feci unito alle urla degli animali già entrati nei locali di macellazione scatena panico e resistenze. Bovini, ovini ed equini vengono storditi con una pistola detta captiva che buca il cranio dell’animale, mentre per i suini viene usata l’elettricità. Altri animali come polli, conigli e altri volatili viene omessa la pratica dello stordimento (omissione che la legge autorizza per qualsiasi animale). Infine si passa alla "giugulazione" (sgozzamento) che paradossalmente è la meno dolorosa. L’allevamento intensivo è responsabile anche di gravi disastri ambientali. L’industria alimentare è direttamente responsabile di gran parte dei disboscamenti attuati per creare nuovi pascoli o coltivazioni intensive atte a supportare l’enorme fabbisogno degli allevamenti intensivi, ove è bene non dimenticare che gli animali sono costretti tutta la vita in gabbia e l’unico movimento che faranno è quello in direzione degli istituti di macellazione. "Nella foresta Amazzonica l’88% dei terreni disboscati è adibito a pascolo e dal 1960 un quarto delle foreste dell’America centrale sono state abbattute per creare spazio agli allevamenti." Gli stessi allevamenti intensivi, in particolare l’industria casearia, appaiono essere i principali responsabili dell’inquinamento mondiale. Tali allevamenti producono migliaia di tonnellate di letame e residui ogni anno. Scarti che l’ecosistema non riesce ad assorbire e che quindi si riversano su fiumi, terreni e laghi creando enormi danni e inquinamento per l’ambiente. "Il contributo degli allevamenti all’effetto serra è pari a quello dato da tutti gli autoveicoli del mondo. Se per ottenere un chilo di farina è necessario utilizzare 22 grammi di petrolio, per un chilo di carne occorrono 193 grammi: quasi nove volte tanto."
3.3.3. Vivisezione
Il movimento DiY vanta una vasta produzione di materiale a favore del vegetarianesimo e veganesimo. Spesso molte pubblicazioni, anche musicali, trattano l’argomento riportando un consistente numero di informazioni su più argomenti connessi all’animalismo. Oggetto di attenzione non è la semplice industria alimentare. Lo sfruttamento animale riguarda moltissimi campi industriali in particolare quello farmaceutico e cosmetico principali responsabili di un’altra pratica energicamente osteggiata: la vivisezione. La vivisezione costituisce un modello sperimentale, regolato da una anacronistica legge del 1931, che dovrebbe garantire la sicurezza di nuovi farmaci o di nuove sostanze immesse sul mercato. "Il termine (sperimentazione animale) si applica a tutte le sperimentazioni compiute su esseri viventi, atte a causare sia sofferenze fisiche sia psichiche: mutilazioni, interventi cruenti (dove l’anestesia prevista per legge è molte volte sostituita dalla recisione delle corde vocali), somministrazione di dosi massicce di sostanze tossiche, ustioni, scosse elettriche, decerebrazioni." La vivisezione è pratica largamente usata da più branche dell’industria moderna e non solo quella farmaceutica che ne assorbe solo il 30%. Il restante 70% riguarda test per prodotti cosmetici (rossetti, deodoranti, dopobarba e via dicendo), industriali (detersivi, olio per motori, inchiostri, fluidi anticongelanti), bellici (gas nervini, radiazioni, nuovi proiettili) e studi di psicologia. La sperimentazione animale è considerata un grave errore metodologico non solo dagli animalisti ma anche da parte di molti scienziati. Innanzi tutto la vivisezione è considerata come una pratica eticamente inaccettabile. La questione, infatti, verte non sul fatto se gli animali possano ragionare o parlare, quanto piuttosto sul fatto che essi soffrono enormemente delle atroci torture subite dai vivisettori. "Crudeltà, sopraffazione, conformismo, avidità, insensibilità, spietatezza sono l’antitesi del concetto di civiltà, intesa nel senso più alto del termine, soprattutto quando le vittime sono gli esseri più indifesi. Ormai appare sempre più evidente che gli animali non possono più essere considerati come organismi, come macchine da utilizzare, come oggetti, ma come soggetti, invece del diritto alla vita, alla non sofferenza, al rispetto." Ciononostante per molti questo sacrificio rimane indispensabile per il bene dell’umanità. Anche questo assunto può essere facilmente confutato in quanto la vivisezione è inaccettabile anche da un punto di vista scientifico. Essa è un errore metodologico in quanto nessuna specie animale può fungere da valido referente per qualsiasi altra, uomini compresi. Simili agli esseri umani nella percezione del dolore, della disperazione e della paura, gli animali differiscono dall’uomo (e tra specie e specie) per quel che riguarda la struttura fisica, biochimica e i meccanismi di assimilazione. Essendo poi pratica di laboratorio essa trascura le differenze fra malattie naturali e artificiali confondendo spesso il sintomo con la malattia vera e propria. Inoltre essa trascura anche gli effetti di un ambiente naturale su un organismo vivente. La sperimentazione animale così largamente usata in medicina e cosmesi "vanta" una lunga storia di complicazioni (e addirittura decessi) causate da farmaci sperimentati con successo su animali e che si sono poi rilevati dannosi e pericolosi per gli uomini. La vivisezione (dietro la quale si celano gli interessi, nell’ordine di miliardi di dollari, delle multinazionali farmaceutiche, cosmetiche e industriali, degli allevamenti di animali da laboratorio e dei vivisettori stessi) quindi non fornisce alcuna garanzia valida ed anzi espone l’uomo a gravi rischi e conseguenze. L’inaffidabilità e inefficacia della sperimentazione animale fa si che, una volta immesso nel mercato il prodotto, sia l’essere umano stesso il vero banco di prova di medicinali e cosmetici e l’insorgere di gravi patologie sull’uomo, a seguito della somministrazione di molti farmaci sperimentati su animali, ne è un’ulteriore conferma.
3.3.4. Consumo critico
Per poter condurre un efficace "ecoconsumo" o "consumo ecologico" o "consumo critico", e cioè un consumo che non implichi non solo sfruttamento animale ma anche naturale, l’informazione gioca un ruolo fondamentale. Questo concetto è ben presente dalla stampa DiY autoprodotta. All’interno di un vivacissimo mondo di fanzines, libri e volantini vengono analizzate sia le metodologie di sfruttamento sia i modi per fronteggiarle. Per aiutare l’adozione di una dieta vegetariana / vegana appaiono sempre più spesso ricette nelle fanzines così come interi ricettari vegani. In questo contesto si inserisce anche la produzione di opuscoli e libri che recuperano le conoscenze sulle proprietà terapeutiche e curative delle piante. Un’altra modalità efficace nella struttura di un consumo etico è il boicottaggio. L’adozione di una dieta vegana spesso non basta in quanto moltissimi prodotti presenti nel mercato contengono ingredienti anche di non esplicita derivazione animale, oppure sono stati testati su animali. Ad esempio molti coloranti, le cui sigle tra l’altro non sono universali, sono di derivazione animale. L’informazione costituisce la più efficace arma per difendersi da tali prodotti. Obiettivo di questa vasta produzione di informazioni al riguardo è lo spingere le persone a boicottare i prodotti, e soprattutto le ditte in generale, che sfruttano gli animali e la natura (le biotecnologie hanno recentemente allargato molto il campo d’azione) a favore di un consumo più etico. In questo contesto vengono spesso riportate anche informazioni su ditte che, volutamente o meno, non sono legate allo sfruttamento naturale e animale. C’è comunque chi critica anche queste ditte cruelty free che, per quanto animal friendly, ricreano anch’esse logiche produttive vicine al capitalismo e non contribuiscono a sviluppare una etica che si opponga realmente al consumismo, considerato tra i principali responsabili dell’odierno degrado ambientale. Una possibile risposta viene ad esempio dalla coltivazione di un proprio orto (cosa del resto quasi impossibile in un contesto urbano), dallo sviluppo di varie forme di ecologia domestica oppure anche dal riciclo di risorse. I membri del collettivo Food Not Bombs (cibo, non bombe), ad esempio, riciclano il cibo scartato da negozi e supermercati ritenuto invendibile (e quindi destinato ad essere buttato) perché non sufficientemente "bello", ma comunque sano e commestibile, e ne creano dei pasti vegetariani per i senzatetto. Questa "redistribuzione di risorse" viene spesso accompagnata da distribuzione di materiale informativo di stampo sociale. Formatosi per la prima volta nel 1980 a Cambridge nel Massachusetts da attivisti anti-nucleari, Food Not Bombs è un collettivo non violento, non gerarchico e orizzontale di volontari il cui scopo e distribuire cibo prevalentemente vegetariano, alcuni membri si chiedono se non sia il caso di riciclare anche cibo non esclusivamente tale, ai senzatetto. Raggiunte le 175 filiali autonome in tutto il territorio americano, Food Not Bombs dimostra attraverso il concetto del "riciclaggio del cibo" come la fame non sia causata da mancanza di risorse, ma sia in realtà un problema di ridistribuzione delle stesse.
3.3.5. Biotecnologie
Un nuovo e più grande pericolo per l’ecosistema si affaccia con il relativamente recente sviluppo dell’ingegneria genetica. Le biotecnologie permettono, attraverso la ricombinazione del DNA, la creazione di nuovi organismi estranei a logiche naturali. Animali, piante ed umani possono essere manipolati per cercare di ottenere qualsiasi caratteristica desiderata in un’ottica di adeguamento alla ragione economica. Già nei laboratori di vivisezione la manipolazione genetica è stata usata per "produrre" (termine ormai sempre più tristemente adatto) animali che potessero meglio rispondere alle esigenze degli esperimenti. È questo il caso di numerosi animali che nascono già ammalati di pseudo-cancri, pseudo-leucemie o addirittura completamente privi di pelo come il tristemente noto "topo nudo". La produzione di Organismi Geneticamente Modificati risponde alle logiche di sfruttamento dell’agricoltura industriale che, colpevole di avere portato all’erosione milioni di ettari con conseguente estinzione di un incalcolabile numero di varietà vegetali e animali, cerca di sviluppare nuove colture più resistenti e produttive. La stessa sperimentazione, per la maggior parte dei casi attuata in campo aperto e non in serre, causa danni immediati per l’ecosistema dovuti principalmente alla incontrollabile diffusione di polline nell’ambiente circostante. Applicata anche in campo medico-farmaceutico l’ingegneria genetica si sta sempre più conquistando il diritto di manipolare e sperimentare sugli stessi esseri umani, sostenuta dalla paura ed il terrore generale nei confronti delle malattie. "(…) malattie che non sono altro che la conseguenza di uno stile di vita che il connubio scienza-potere ha creato. Siamo quotidianamente costretti a vivere in ambienti malsani che minano alla salute di ognuno, ambienti pesanti e voluti dagli stessi figuri che poi pretendono di venderci le cure e le soluzioni." Ancora una volta la fiducia nel ruolo delle istituzioni è scarsa o nulla. "Le multinazionali hanno messo in gioco i loro miliardi e il loro potere, e ai burattini della politica non resterà che assecondarle. Qualcuno ha chiesto che gli OGM venissero etichettati, qualcun altro l’istituzione di una speciale commissione di sorveglianza, altri ancora sperimentazioni più lunghe ed accurate o un referendum. Tutte richieste parziali concesse senza alcun problema (anche se solo sulla carta, come per l’etichettatura) non certo per arginare l’avanzata del tansgenico ma per sedare gli animi e rendere ancora più facile la strada alle multinazionali. Gli OGM, gli animali transgenici, gli umani migliorati e qualsiasi clone non li vogliamo né regolamentare né sperimentare più a lungo ma li vogliamo fermare." In tutto il mondo la resistenza alle manipolazioni genetiche si articola secondo strategie di azione diretta mettendo in atto manifestazioni e proteste continue, occupazioni di uffici, boicottaggi e sabotaggi.
3.3.6. Liberazione animale con ogni mezzo necessario
Caccia, vivisezione, industria alimentare, farmaceutica, cosmetica, abbigliamento, giardini zoologici, circhi, commercio animale e biotecnologie. La lista di strutture e campi coinvolti nello sfruttamento animale pare non avere mai fine, tanto che per molti animalisti l’ecoconsumo non basta. Diretto esclusivamente all’individuo esso nulla può contro le atroci sofferenze che gli animali subiscono quotidianamente in allevamenti e laboratori di vivisezione. L’attesa di un cambiamento sociale viene vista, questa sì, come utopica o comunque molto lontana. Nel frattempo milioni di esseri viventi vengono massacrati quotidianamente, esseri viventi che soffrono atrocemente in nome del profitto. Solo in Italia, ad esempio, vengono macellati ogni anno 27 milioni di animali ed ogni 6 secondi un animale muore in un laboratorio di vivisezione. 107 milioni di galline vengono uccise, mentre in Inghilterra ne vengono uccise 700 milioni e negli Stati Uniti 240 milioni di pulcini, sempre all’anno, vengono uccisi solo perché nati maschi. A fianco delle tradizionali manifestazioni e volantinaggi gli animalisti più radicali ritengono che l’azione diretta sia il metodo più efficace ed immediato per agire in opposizione a queste quotidiane stragi e torture. Si è più volte sottolineato come l’adozione di strategie di azione diretta rispondano ad un senso di "urgenza" e "necessità" verso un mondo che perpetra indisturbato le proprie ingiustizie. Un contesto quale quello dello sfruttamento animale, così evidente eppure così nascosto e pervasivo, fornisce un significativo esempio dei sentimenti che spingono gli attivisti. Obiettivo immediato di molti animalisti è cercare di sottrarre quanti più animali possibile da una fine altrimenti orrenda e crudele. Introdursi in un laboratorio di vivisezione, liberandone gli animali e danneggiando le strutture del laboratorio in modo da creare danno economico, oppure creare azioni di disturbo ai cacciatori nei terreni di caccia, presidi, veglie notturne, volantinaggi, banchetti, proteste, danneggiamenti sono solo alcune fra le pratiche di sabotaggio messe in atto per cercare di salvare quante più vite possibili dalle molte industrie che fanno dello sfruttamento animale la loro principale fonte di profitto. L’azione diretta risulta essere un valido strumento anche per opporsi alle biotecnologie. "Così in India i contadini hanno raso al suolo i campi della Monsanto e danneggiato molti istituti di ricerca, mentre in Brasile i Sem Terra hanno sabotato svariati campi sperimentali. Nel nord, dove queste multinazionali hanno le proprie sedi e sviluppano la ricerca, si sono rilevati altrettanto efficaci nel contrastare le biotecnologie gli attacchi ai campi sperimentali, diffusi un po’ ovunque: Canada, USA, Australia, Inghilterra, Germania, Francia, Belgio e anche Italia." "Campagne contro le recinzioni stanno crescendo. Uno dei principali campi di azione degli ultimi due anni è stato riguardo all’ingegneria genetica; una sorta di enclosure dei semi. In Olanda "diggers arrabbiati" hanno distrutto siti sperimentali di piante modificate, mentre in Germania gli attivisti hanno occupato questi campi." Per gli attivisti delegare ad altri la lotta contro le nocività e lo sfruttamento dell’ecosistema, animali e esseri umani compresi, non può portare a nessuna effettiva liberazione. Solo il superamento della logica della delega, a favore di una iniziativa individuale, può portare effettivi cambiamenti. Con il fine ultimo dell’eliminazione totale di tutte quelle strutture e interessi che attaccano la natura, anche i "difensori di Madre Terra" rivendicano in se stessi l’iniziativa contro lo sfruttamento e l’oppressione. Ancora una volta do it yourself: resistenza da parte di una collettività di individui al fine di autocostruirsi un futuro migliore.
FONTI (NOTE) del CAPITOLO 3:
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