DIY:Culture di Resistenza+ AzioneDiretta
Tesi di laurea sul movimento diy (do it yourself) (autoproduzione, autogestione, occupazione, anarchismo, azione diretta, punk techno traveller, ecologismo radicale)
THRASH BRIGADE presents: (p.s. su alcuni mac mi capita di non vedere la maggior parte del testo pubblicato mentre dal mio pc c'è tutto... qualcuno mi sa dire se ha incontrato problemi simili???)
IL MOVIMENTO DIY: CULTURE DI RESISTENZA E AZIONE DIRETTA Quella che segue è la mia tesi di laurea (Andrea, Milano, per contatti:
INDICE
CAPITOLO 1: Culture di resistenza
1.1. - Do it yourself
1.1.1. - Autoproduzione e autogestione
1.1.2. - Occupazione
1.1.3. - DiY come pratica di liberazione
1.2. - I Crass: l’esempio
1.2.1. - I Crass e il punk
1.2.2. - Il rapporto con l’industria musicale
1.2.3. - Denuncie e perquisizioni
1.2.4. - Un attacco femminista
1.2.5. - Contro l’Oi! e gli skinhead
1.2.6. - I concerti
1.2.7. - Una particolare forma di anarchismo
1.2.8. - Thatchergate
1.2.9. - Best before 1984?
1.3. - Lo sviluppo del network DiY punk
1.3.1. - Discharge
1.3.2. - Italia
1.3.3. - HC e XXX
1.3.4. - Maximum Rocknroll
1.3.5. - In Grind We Crust
1.3.6. - Squat or Rot, ABC No Rio e Slug & Lettuce
1.3.7. - Profane Existence
1.3.8. - HeartattaCk
1.3.9. - Altrove
1.4. - L’eredità degli anni Sessanta
1.4.1. - I free festival e i nuovi traveller
1.4.2. - I raver e la technocultura
1.4.3. - Gli ecoradicali e l’azione diretta
CAPITOLO 2: Collettività e individuo
2.1. - La dimensione collettiva
2.1.1. - I movimenti
2.1.2. - Interazione fra movimenti
2.1.3. - Conflittualità
2.1.4. - Riconoscimento e storicizzazione
2.2. - L’esperienza fondamentale
CAPITOLO 3: La cultura DiY
3.1. - L’ideale anarchico del movimento DiY
3.1.1. - Il rapporto con le istituzioni
3.1.2. - Ruoli e convenzioni
3.1.3. - Anarcha Femminism
3.1.4. - No Gods, No Masters
3.1.5. - Attivisti e azione diretta
3.1.6. - Squat or rot
3.1.7. - Critical Mass e Reclaim the Streets
3.2. - No compromise in defense of Mother Earth!
3.2.1. - Green Anarchist e l’anarchismo ecologista inglese
3.2.2. - L’anarchismo verde americano
a) Earth First! e l’ecologia profonda
b) L’ecologia sociale
c) Il primitivismo
3.2.3. - Chi sono i veri ecoterroristi?
3.3. - Ecoconsumo e diritti animali
3.3.1. - Vegetarianesimo e veganesimo
3.3.2. - Allevamenti intensivi e sfruttamento animale
3.3.3. - Vivisezione
3.3.4. - Consumo critico 3.3.5. - Biotecnologie 3.3.6. - Liberazione animale con ogni mezzo necessario
CAPITOLO 4: La cultura DiY e il movimento anti globalizzazione
4.1. - Black Bloc
4.1.1. - Pratiche ed obiettivi
4.1.2. - Storia e struttura
4.1.3. - Strumentalizzazione, dissidi e incomprensioni
4.2. - Black Bloc e DiY
CAPITOLO 1: CULTURE DI RESISTENZA 1.1. Do it yourself
1.1.1. Autoproduzione e autogestione
In questa presentazione del movimento partiremo proprio da questi due concetti. Ruolo chiave per la cultura del DiY è l’autoproduzione di tutti i propri supporti culturali e informativi che sono principalmente dischi, libri e fanzines. Le fanzines sono giornali autoprodotti da persone che cercano di dare una mano alla propria scena intervistando gruppi, recensendo materiale autoprodotto e soprattutto diffondendo le proprie opinioni su argomenti di stampo politico e sociale. Le fanzines sono fondamentali per la sopravvivenza del DiY, in quanto esso non trova spazio sulle pubblicazioni ufficiali. Esistono migliaia di fanzines, estremamente diverse fra loro sia per quello che riguarda i contenuti e il formato (accanto ad una maggioranza di "fanze" fotocopiate e distribuite in poche centinaia di copie, ne esistono anche alcune stampate in tipografia, con tirature che sorpassano le migliaia di copie, che in alcuni casi diventano dei veri e propri punti di riferimento), sia per longevità. L’autoproduzione è un concetto che è stato introdotto nei primissimi anni Ottanta da uno storico gruppo musicale anarchico e pacifista: i Crass. Provenienti da esperienze di stampo post hippie (alcuni membri del loro collettivo parteciparono all’organizzazione dei primi festival di Stonehenge), i Crass ebbero un effetto dirompente sulla scena punk di quel periodo, tanto che tuttora vengono ritenuti il più importante gruppo DiY punk mai esistito. È bene infatti sottolineare subito come spesso ci si dovrà misurare con termini che hanno più significati e che possono creare confusione in quanto ampiamente metabolizzati dall’opinione pubblica. In questo caso, per esempio, quando si parla di punk l’immagine comune è quella di giovani scapestrati dall’attitudine marcatamente nichilista, autolesionista e teppista. Questo era più o meno il quadro col quale si confrontarono i Crass nei primissimi Ottanta. Tale è comunque l’immagine che tutt’oggi sopravvive negli ambienti estranei al DiY, ed è proprio per evitare una simile confusione di termini che, in maniera sempre più evidente negli ultimi anni, il termine DiY si sta facendo strada. Tornando all’esperienza "crassiana", che verrà analizzata analiticamente nel prossimo paragrafo, essi ebbero il merito di introdurre la pratica dell’autoproduzione in reazione all’industria discografica che, allora come oggi, cercava di influenzare a scopo commerciale la musica e le idee degli artisti sotto contratto. I Crass fondarono una propria etichetta musicale autogestita, la Crass Records, e cominciarono a diffondere i propri prodotti culturali (oltre a dischi stamparono anche libri) a prezzi molto vicini alle spese di produzione. Ciò permise la diffusione di un altro concetto molto importante nel DiY: il No Profit. Tutti i materiali culturali autoprodotti vengono venduti a prezzi estremamente bassi, che garantiscono comunque un piccolo profitto che viene reinvestito nella propria attività: "…un esempio potrebbe spiegarti meglio come funziona: stampare un CD in mille copie mi costa sulle 5000 lire a CD comprensivo di copertina a colori eccetera. Tieni presente che io mi appoggio a strutture esterne per tutto quel che riguarda la stampa e le altre operazioni che mi servono. Una major queste strutture le ha in casa, quindi non mi stupirei affatto se una copia le costasse al massimo 2000 lire o meno (…) Ma il vero scandalo sta nel prezzo. Io rivendo a 12000 o massimo 15000 (ed è già tanto…) i dischi che autoproduco, mi spieghi perché le major vendono i loro dischi, costati la metà dei miei, a 40000 lire?". Ma l’autoproduzione non è solo un modo per livellare i prezzi di vendita ma, soprattutto, è il modo più efficace per mantenere la propria indipendenza dalle pressioni che le case discografiche fanno sugli artisti al fine di commercializzare la propria musica per poter avere un prodotto più vendibile. Principalmente la vera differenza si gioca proprio qui: per una grossa casa discografica il disco è un "prodotto", una merce su cui investire. Per l’artista è invece un mezzo per comunicare agli altri il frutto della propria creatività che, in quanto manifestazione di libera espressione, non accetta di essere manipolata. Ma oltre che artistico, lo sfruttamento dell’artista da parte della major (grossa etichetta discografica) avviene anche in campo economico. L’aspetto è ben messo in evidenza da un comunicato fatto circolare da Courtney Love, cantante chitarrista (nonché attrice) del gruppo rock alternativo Hole sotto contratto per la major Geffen. "Le case discografiche hanno una percentuale di successo bassissima, il 3%. (…) come fanno le case discografiche a cavarsela con una percentuale di fallimento pari al 97% - una percentuale che sarebbe completamente inaccettabile in qualsiasi altra industria? Le case discografiche si tengono quasi tutti i profitti. Gli artisti discografici vengono pagati soltanto una minima frazione dei soldi generati dalla loro musica (generalmente solo il 7% dei profitti nel caso di artisti affermati, per esempio i Litfiba, storico gruppo rock italiano. Max Gazzé, cantautore affermato, ha dichiarato di guadagnare solo duemila lire a CD venduto. NdA). Questo permette ai manager delle case discografiche di essere molto approssimativi nei modi in cui dirigono le loro aziende pur consentendo loro la possibilità di produrre una quantità enorme di capitali per le multinazionali alle quali appartengono. Le percentuali di diritti (royalties) che le case discografiche garantiscono agli artisti sono già bassissime alla radice. Su questo le case discografiche sottraggono anche il minimo costo dal totale dovuto agli artisti. A questi infatti vengono addebitati i costi di registrazione, i costi di produzione dei video, i tour, le promozioni radiofoniche, i costi di vendita e marketing, i costi di packaging e molte altre cose. Le case discografiche spesso riescono ad abbassare i diritti dovuti ai loro artisti "dimenticandosi" di notificare le vendite, "sbagliando" il calcolo delle royalties e naturalmente impedendo agli artisti accesso ai libri contabili dell’azienda. (…) Migliaia di artisti discografici che hanno venduto centinaia di milioni di dischi durante la propria carriera generando miliardi di dollari in profitti per le loro case discografiche si trovano sul lastrico e dimenticati dalla stessa industria che hanno reso ricca." A completare il già sconfortante panorama vengono aggiunti alcuni esempi: "Artisti multi-platino come TLC e Toni Braxton sono state costrette a dichiarare fallimento perché i loro contratti non gli permettevano di guadagnare abbastanza per sopravvivere" /// "Florence Ballard delle Supremes (che piazzarono molte hits al primo posto delle hit parade) è morta percependo il sussidio minimo di disoccupazione. /// "Accordi corrotti hanno costretto gli eredi di Jimi Hendrix a fare lavori umili mentre il suo catalogo generava milioni di dollari all’anno per la Universal Music." /// "I Collective Soul non hanno guadagnato praticamente niente da Shine, uno dei più grandi successi di rock alternativo durante gli anni ’90, visto che la Atlantic ha pagato quasi tutte le loro royalties a una casa di produzione esterna." /// "Merle Haggard ha avuto una serie di 37 singoli nella top-ten country durante gli anni ’60 e ’70. Non ha mai visto un dollaro fino all’anno scorso (2000), quando ha pubblicato un album sull’etichetta indipendente di punk-rock, Epitaph."-- Il desiderio di indipendenza dal mercato discografico non si ferma alla semplice produzione dei propri materiali culturali. Dagli anni ‘80 in poi il DiY si è strutturato in una rete sempre più fitta di piccole e grandi distribuzioni di materiale autoprodotto che hanno il merito di diffondere localmente materiali altrimenti introvabili. Quando i Crass cominciarono ad autoprodurre i propri dischi, dovettero comunque appoggiarsi alla rete di negozi specializzati e non. Da questa necessità nacque l’abitudine di pubblicare il prezzo imposto in copertina, pratica che si impose su tutte le autoproduzioni del collettivo e venne successivamente adottata da tutte quelle persone che ne seguirono l’esempio. Oggi il DiY si è strutturato attorno ad una vitalissima rete di distribuzioni che hanno totalmente eliminato il circuito "ufficiale" dei negozi e dei grossi distributori dove spesso, nonostante il prezzo imposto, non sarebbe possibile effettuare un efficace controllo. Può essere utile analizzare più a fondo come funziona l’autoproduzione al fine di rilevare come fiducia, onestà e cooperazione siano parte importante del sistema che regola il circuito autogestito. Le piccole distribuzioni generalmente iniziano con un’autoproduzione o una coproduzione che consiste nello sforzo congiunto di più piccole etichette che partecipano alla produzione dello stesso disco spartendosi alla fine le copie prodotte (in media un disco autoprodotto viene stampato in mille copie, a meno che non si tratti di un gruppo piuttosto noto). Una volta ottenute le proprie copie, l’autoproduttore prende contatti con altre etichette DiY sparse nel mondo. Propone uno scambio e, se viene accettato, invia per posta le sue copie e attende in cambio le copie dell’altra etichetta. I contatti si possono reperire nelle fanzines leggendo annunci, recensioni o interviste. Oppure visitando qualche sito internet o passando in rassegna i flyers (volantini) che in genere accompagnano le lettere o i pacchetti postali che si ricevono. Una volta ottenuto una certa quantità di dischi differenti, il piccolo distributore può improvvisare banchetti ai concerti, creare cataloghi, costruire un sito e via dicendo. I prezzi per tutte le distribuzioni / etichette si aggirano da anni attorno ad un certo standard tanto che negli ultimi anni molti gruppi non ritengono più necessario mettere il prezzo imposto, dato che è lo stesso circuito DiY a garantire prezzi bassi e accessibili. In questo contesto si inserisce anche la critica al copyright e ai diritti d’autore. Tesi base del DiY è che la cultura, l’arte e l’informazione dovrebbero essere libere da vincoli e da interessi commerciali. Il copyright nasce per preservare il diritto di proprietà sulle opere dell’ingegno dei singoli artisti. Ma tale diritto, in realtà, esiste per poterne rivendicare l’esclusività dello sfruttamento commerciale ben in contrasto con qualsiasi finalità artistica. In reazione a tutto ciò la totalità delle produzioni DiY sottolineano fieramente la loro estraneità a tutto questo, non solo riportando la scritta No copyright su dischi, libri e via dicendo ma anche invitando chiunque a usare, riutilizzare ed abusare del proprio materiale incoraggiando lo scambio e l’evoluzione contro la competizione e lo sfruttamento. Un comunicato di critica alla S.I.A.E. (Società Italiana Autori Editori) emesso dal Barocchio Occupato, squat torinese, fornisce una efficace critica al copyright ed al suo ruolo nello sfruttamento commerciale delle opere dell’ingegno. "La S.I.A.E. è un’istituzione parassita istituita dallo Stato italiano nel ventennio fascista. Nasce dall’idea che la libera espressione si possa trasformare in merce da comprare e da vendere. Da qui la pia e impiegatizia illusione di molti autori di poter vivere con le gabelle imposte dalla SIAE ovunque si oda qualche nota o si sfogli un libro. In realtà i privilegiati sono pochi e, come si può facilmente intuire, i soliti trust editoriali e discografici e i loro autori ‘dipendenti’ più famosi. Tutti gli altri non vedono il becco di un quattrino o cifre irrisorie. In questo modo la SIAE si rivela per quello che è: un grosso carrozzone burocratico dedito all’estorsione capillare per foraggiare il redditizio business della cultura. Il sogno dei burocrati della SIAE è quello di poter controllare e salassare ogni più minuta forma creativa e reprimere ogni espressione che non si sottomette alle loro imposizioni. Per questo, dai balli al palchetto nei paesini più sperduti ai concerti negli spazi occupati, si infiltrano agenti più o meno segreti della Società Italiana Arraffa ed Estorci, compilando verbali, veramente impagabili, di decine di milioni. Il risultato è la repressione sistematica della libera espressione attraverso l’estorsione dell’ennesima tangente di Stato. Noi non vendiamo ciò che abbiamo di più intimo, lo regaliamo o preferiamo sprecarlo."
1.1.2. Occupazione
Il desiderio di autonomia non si ferma alla semplice autoproduzione. Gli "eventi" inerenti alla cultura del DiY ruotano attorno a spazi "liberati" dove non trovano posto promoter, organismi governativi, poliziotti e qualsiasi altra forma di controllo sulle proprie attività. La cultura del DiY è strettamente legata a tali luoghi dove vengono organizzate le proprie attività, siano esse un concerto, un rave o una riunione / dibattito politico sociale. Tali spazi "liberati" si dividono in due grandi tipologie: permanenti e temporanei. Gli spazi liberati permanenti (Permanent Autonomous Zone) sono essenzialmente le case occupate, gli squats. Spesso usate come vere e proprie abitazioni dal collettivo che le ha occupati, esse rappresentano il teatro principale per gli eventi DiY in quanto garantiscono la condivisione della stessa visione politica, prezzo politico all’ingresso (quando c’è), ospitalità e via dicendo. Se i concerti e gli squats sono principalmente il teatro degli eventi punk crust, sarà merito dei traveller, dei raver e degli attivisti che si ispirano all’azione diretta che prenderanno sempre più piede le Temporary Autonomous Zone (T.A.Z.) e cioè spazi, spesso capannoni abbandonati, boschi o parchi, occupati temporaneamente per poter organizzare feste e / o azioni politiche. Tale distinzione risponde principalmente al fatto che i traveller e le tribe (i collettivi raver) adottano uno stile di vita nomade spostandosi in grossi automezzi trasformati in abitazioni, mentre i punk crusties sono in generale più legati alle occupazioni. In realtà, lungi dall’essere due realtà distinte, esse si influenzano sempre più. L’organizzazione degli eventi DiY in ambienti ideologicamente affini risponde anche all’esigenza di instaurare relazioni vere con il posto e le persone che lo gestiscono e di non vedersi inseriti in un mero contesto commerciale del tipo: gruppo / organizzatore / pubblico. Tali barriere, così tipiche tanto nel circuito commerciale che in quello cosiddetto "alternativo", sono state abbattute con successo nel DiY. Tutti si danno da fare come possono, non esistono rock star o figure del genere (gruppi o atteggiamenti del genere verrebbero immediatamente boicottati ed esclusi). "Un concerto DiY è un’esperienza molto diversa da quella alla quale lo star system ci ha abituato. In un concerto DiY non c’è divisione fra pubblico e gruppo, spesso anche il palco viene eliminato (…) ti può capitare di stare a parlare per un po’ con qualcuno che di lì a poco sale sul palco a suonare. Quando finisce scende e tornate a chiacchierare per un po’ fino a quando, oh cavolo, tocca a te!" L’organizzazione di concerti o feste è sempre fatta seguendo uno spirito amichevole e informale appoggiandosi alla fitta rete di contatti, postali o telematici, che anima il sottobosco underground DiY. Per capire meglio può essere utile riportare alcune delle richieste tipiche di un gruppo in tour tratte da una lettera del 1994 del gruppo punk crust belga Hiatus: "Gli HIATUS (Punk/Crust band dal Belgio) stanno preparando un tour attraverso Italia, Grecia, Francia e Svizzera per aprile 1994. Ti scriviamo questa lettera per chiederti se potresti aiutarci ad organizzare una o più date nella tua città o nei dintorni. (segue una lista di parte della strumentazione che possono portare con loro e di quella che sarebbe utile trovare sul posto. NdA). Così sarebbe bello suonare con un gruppo locale che sia d’accordo a prestarci parte della strumentazione, in cambio possiamo prestare loro la nostra. Per quello che riguarda il cibo siamo 5 membri e tutti vegetariani. Se possibile, qualcosa da bere sarebbe molto gradito (birra e vino, aranciata e acqua). Ci piacerebbe anche avere una stanza dove dormire la notte dopo il concerto. Porteremo con noi i nostri sacchi a pelo. Per il pagamento spereremmo di ricevere circa 200 dollari ma se è troppo anche meno va bene. Altrimenti se viene tanta gente anche qualcosa in più non sarebbe male in modo da poterci pagare la benzina e il traghetto per la Grecia.". L’offrire una stanza per dormire, un prezzo che in realtà è un rimborso spese, cibo vegano e una gran dose di ospitalità sono diventate delle garanzie quando il concerto si svolge in uno squat, tanto che ormai sono date per scontate. Grazie al clima che si instaura il concerto smette di essere uno spettacolo fine a se stesso fruito in mezzo ad una massa di persone indifferenti le une alle altre. Esso diventa un momento di intensa socialità e comunicazione, parte integrante "(…) del prima, quando magari si mangia assieme o si va in giro col gruppo e ci si conosce meglio, e del dopo quando si fa baldoria e poi… tutti a nanna!"
1.1.3. DiY come pratica di liberazione
In questo contesto di rivendicazione della propria autonomia sia attraverso l’occupazione di aree cadute in disuso e la conseguente autogestione, sia attraverso l’autoproduzione e distribuzione delle proprie forme d’espressione, si inserisce una forte politicizzazione di stampo anarchico ed ecologista. I concetti ispiratori della cultura del DiY verranno analizzati in dettaglio nel corso dei prossimi paragrafi e del terzo capitolo. In questa sede li passeremo velocemente in rassegna per cercare di dare un’idea generale del pensiero politico del movimento. Centrale e molto sentita è la lotta alle discriminazioni sia che siano legate all’appartenenza a diverse culture o etnie sia che siano legate a differenze di gender e/o preferenze sessuali. Partendo da quest’ultimo concetto è ritenuta fondamentale la libertà di scelta unita alla possibilità, negata dai valori bigotti della nostra società, di poter amare liberamente anche persone del proprio sesso. La lotta al sessismo viene portata avanti sia cercando di contrastare ignoranza e pregiudizi sia come profonda critica alla società patriarcale, causa essa stessa di violenze e discriminazioni. L’opposizione al razzismo permette di introdurre un altro concetto ad esso in parte correlato e di fondamentale importanza nel DiY: l’antifascismo. Essendo un movimento di ispirazione anarchica che rifiuta ogni tipo di gerarchia, il DiY osteggia tutte le forme di aggregazione a rappresentanza politica in particolar modo quelle totalitarie quali fascismo e comunismo. Ma se quest’ultimo viene "tollerato", probabilmente per parziale comunanza di obiettivi, l’antifascismo è un sentimento fortemente sentito. Nazionalismo, xenofobia, largo uso di violenza e forme repressive, nonché la sempre più evidente commistione tra la destra e gli interessi capitalistici fanno dei fascisti dei nemici di prim’ordine e slogan come bash the fash ("picchia il fascista" da una nota canzone del gruppo punk anarchico scozzese Oi Polloi), nazis raus (nazisti andatevene) o kill the nazi (uccidi il nazista) rendono piuttosto chiaramente l’odio nutrito nei loro confronti. Non è da dimenticare infatti come le sue frange più estreme, i tristemente noti naziskin, costituiscano un pericolo reale e quotidiano coi loro attacchi, alcuni purtroppo terminati con omicidi, a minoranze e case occupate. Il DiY è un movimento fortemente anticapitalista che si esprime principalmente nella lotta alle multinazionali e al consumismo. Le multinazionali vengono viste come principali sfruttatrici delle risorse dell’ecosistema siano esse naturali, animali o umane. Uno sfruttamento dissennato volto solo al conseguimento di enormi profitti al prezzo, nascosto all’opinione pubblica per mezzo anche dei mass media, di distruzione e sfruttamento. Considerate le principali colpevoli della povertà del terzo mondo, con l’appoggio di governi occidentali e locali, le multinazionali reiterano colture di sfruttamento mutuate dal colonialismo che, in realtà, non è mai cessato ma ha semplicemente cambiato nome. La globalizzazione viene vissuta come il tentativo di agevolare ulteriormente questa logica di sfruttamento oltre all’allargamento dei mercati sui quali poter smerciare i propri prodotti "…in modo da conseguire altri enormi profitti sulle spalle di chi soffre, con l’approvazione di una massa ignara di telelobotomizzati" L’anarchismo del DiY nulla ha a che fare con un anarchismo che potremmo definire "teorico". In realtà non c’è neanche molta conoscenza dei principali testi anarchici. Ispirandosi a concetti quale l’azione diretta, le occupazioni e via dicendo il DiY rifiuta la mediazione politica per due principali ordini di motivi. Innanzitutto essa ha dimostrato sempre più di non possedere i mezzi per poter soddisfare le esigenze della popolazione che spesso sono connotate da un alto grado di urgenza. I partiti politici, in ritardo come sempre nell’analisi delle nuove tendenze sociali, non possono fornire soluzioni accettabili in quanto sempre troppo impegnati a cercare di districarsi tra lentezze burocratiche, "guerre" di voti e corruzione. Questa inefficienza politica ha aperto la via a molti giovani verso la ricerca di strade alternative. Il secondo ordine di motivi è più ideologico ed è connesso al rifiuto di ogni forma di gerarchia da parte del movimento, si vedrà più avanti come il concetto di organizzazione "orizzontale" sia considerato importantissimo. Un anarchismo di tipo essenzialmente "pratico", quindi, votato all’intento di riprendere il controllo delle proprie vite (take back control of your life è un famoso slogan spesso usato dal collettivo di Profane Existence di cui si parlerà nel terzo paragrafo) sconfinando nell’adozione di numerose pratiche illegali (occupazioni, attività sommerse, sabotaggi, danneggiamenti e via dicendo) dove la loro stessa illegalità viene messa in discussione in quanto espressione della repressione di un "…sistema iniquo e alienante dove anche il semplice diritto di fare una festa all’aperto, che vuole essere libera e gratuita per tutti, viene inscatolato in una logica di profitti e permessi da chiedere con relative tasse da pagare… come se dovessi pagare per divertirmi coi miei amici." Il rifiuto di strutture e gerarchie si denota anche nell’accesa avversione nei confronti della polizia e delle istituzioni militari, criticati come difensori degli interessi e dei profitti del sistema nonché principale mezzo repressivo usato contro chi cerca di sottrarvisi. L’avversione per le forze dell’ordine è rinforzata, oltre dal valore simbolico intrinseco alla loro funzione, dalla brutalità che spesso viene usata in sede di manifestazioni, sgomberi e altre occasioni di incontro / scontro. Le pubblicazioni DiY sono piene di denuncie sulle varie violenze fisiche e psicologiche, oltre ad utili consigli su come cercare di difendersi e come comportarsi in caso di arresto. Ma se il DiY è un movimento pacifista, non lo si può certo definire "pacifico". Il motto fight back ("reagisci") è molto sentito da parte di buona parte degli attivisti del movimento. In questo contesto si apre il dibattito fra fluffy, tipico della cultura alternativa in generale, e spiky, principalmente anarchici. I primi sono per un’azione diretta non violenta, che funga quindi più che altro da esempio, mentre i secondi sono per un’azione diretta di tipo "violento" che comprende non solo reazione ma anche attacco e distruzione di Mc Donald’s e banche durante le manifestazioni tanto per fare un esempio fra i più noti. Il dibattito si esaurisce nel campo del libero arbitrio ovviamente. Finora sfiorata è bene analizzare un’altra caratteristica peculiare e fondamentale del DiY: il movimento è strutturato attorno a tematiche fortemente ecologiste e di stampo radicale. La difesa dell’ecosistema, di Madre Terra (Mother Earth), segue percorsi e obiettivi variegati tutti volti al cercare, attraverso strategie di azione diretta, di lenire gli ingenti danni della furiosa industrializzazione del mondo post moderno. I diritti animali sono una issue molto importante: prevale una dieta di tipo vegetariano o vegano (la dieta vegana esclude qualsiasi prodotto di derivazione animale) come primo passo per ribellarsi al genocidio animale. L’attenzione viene rivolta anche ad altre forme di sfruttamento animale come i laboratori di vivisezione che spesso ricevono le "visite" dell’Animal Liberation Front, collettivo di individualità che si introducono nei laboratori per liberare gli animali da morti orrende e lasciare magari qualche danno come ricordino. Non solo gli animali sono al centro dell’attenzione ma l’ecosistema tutto, soprattutto in questo periodo di biotecnologie e sperimentazioni incontrollate che, con l’intento di creare nuovi eccellenti prodotti per il mercato, vanno incontro a veri e propri disastri ecologici. Sabotaggi, boicottaggi, volantinaggi e via dicendo sono alcune delle pratiche usate dall’azione diretta. Non solo: per fermare l’avanzata delle strade e autostrade si sono formati collettivi come Reclaim the Streets e Road Alert! capaci di organizzare enormi rave per bloccarne i lavori. Un’altra tattica molto usata è la creazione di un campeggio, villaggio hippie nella campagna, bosco o parco minacciati di distruzione. Si sviluppano villaggi di tende, tepee, capanne, case sugli alberi. Si scavano tunnel per agevolare le azioni di sabotaggio. C’è chi si ammanetta alle ruspe usando il proprio corpo come efficace mezzo per impedire il proseguire dei lavori (così come c’è chi mura un braccio alla propria abitazione per impedirne l’abbattimento). Il Critical Mass è invece un’azione congiunta di centinaia di biciclette che, con l’intento di riprendersi gli spazi urbani popolati da orde di frenetici automobilisti, bloccano il traffico creando una zona più sicura alla circolazione delle bici. Queste sono solo alcune delle nuove forme di protesta. Azione diretta, vita nomade, occupazioni, autoproduzioni e via dicendo sono tutti tentativi concreti di radicale riorganizzazione della propria vita nonché di riappropriazione di spazi e libertà, dettati dall’urgenza di un mondo che viene visto come sempre più minacciato in nome del potere, dello sfruttamento e del denaro. Un rifiuto radicale: Do It Yourself !
1.2. Crass: l’esempio
Il gruppo punk inglese Crass rappresenta il precedente storico più significativo per il movimento DiY. Il suo particolare modo di agire e autogestire le proprie espressioni culturali e musicali gettò le basi e l’esempio per la creazione e strutturazione di quella che col tempo si autodefinirà "cultura DIY". Quello che contraddistinse sin dal loro primo apparire i Crass fu l’essere un gruppo anarchico e pacifista, dedito ad un’ampia propaganda politico-sociale che nettamente si distingueva dall’attitudine marcatamente nichilista, violenta e superficiale dei gruppi punk di quel periodo. "I Crass erano un collettivo radicale anarco-pacifista, anarco-femminista e vegetariano. Inoltre l’anarchia cui facevano riferimento non era quella dei Sex Pistols (Anarchy in the UK comincia con una spaventosa risata gutturale di Johnny Rotten e finisce con un Get Pissed, Destroy! che sembra quasi tratto da un fumetto), ma si presenterà come una visione del mondo e uno stile di vita scaturiti da una miscela d’idealismo hippy, resistenza, energia punk e faccia tosta con l’aggiunta di alcune strategie culturali ispirate ai situazionisti." La nascita di un gruppo simile, di cui alcuni elementi furono anche organizzatori dei primi festival di Stonehenge, può essere spiegata da alcuni importanti avvenimenti politici in corso quegli anni in Inghilterra: "Ciò che accadde tra il ’76 e il ’78, fu determinante per la radicalizzazione estrema del punk hc degli anni ’80 (Crass, Conflict, Poison Girls e via dicendo). Nel 1975 in Inghilterra c’era una recessione fortissima: il 60 % dei 50.000 occupanti abusivi, si trovava a Londra. L’occupazione unita al sussidio di disoccupazione, era una scelta politica, che consentì l’accesso del Punk a Londra. D’altra parte diversi protagonisti d’allora erano occupanti abusivi. (…) Il National Front e la Thatcher cominciavano a farsi sentire, i disoccupati erano più di 1500000, più del 5 % della forza lavoro di tutto il paese. Nel 1977 il National Front era il terzo partito, e a metà agosto quei bastardi sfilarono nell’area di Lewisham (a Londra) ad alta maggioranza nera. Ci furono degli incidenti al seguito dei quali nacquero l’Anti Nazi League e Rock Against Racism." I Crass non furono un semplice gruppo musicale anarchico ma anche "(…) un collettivo e una comune, destinato a sopravvivere e prosperare come organizzazione underground radicale nei giorni bui della Thatcher, all’inizio degli anni Ottanta (La loro parabola creativa andò da circa il 1978 al 1984). Nel corso del tempo, avrebbero prodotto un corpus vario e consistente di testi culturali, con vendite di dischi dell’ordine delle decine di migliaia di copie."
1.2.1. I Crass e il punk
Attratti in principio dai gruppi e dal movimento punk ben presto i Crass si resero conto di quanto le loro idee e il loro modo di agire fossero così distanti dalle loro e come il punk fosse chiaramente una semplice moda passeggera: "Quando, nel 1976, il vomito punk schizzò per la prima volta sulle pagine dei giornali col messaggio do it yourself ("fatelo da soli") noi, che in diversi modi e per diversi anni non avevamo fatto che quello, abbiamo creduto ingenuamente che i vari signori Johnny Rotten, Joe Strummer e compagni intendessero lo stesso. Finalmente non eravamo più soli." Ben presto si resero conto che "…i nostri colleghi punk, i vari Pistols, Clash e così via, non erano altro che dei fantocci: a loro faceva piacere illudersi di derubare le grosse case discografiche, ma nella realtà era la gente a essere derubata. Non aiutavano altri se non se stessi, dando vita a un’altra moda facile." "Se il 1976 per il punk era stato musicalmente un buon anno, nel ’77 ci fu il boom, ma già nel ’78 cominciò a indebolirsi. Ma proprio in quel periodo il movimento dovette "decidere" che direzione prendere." L’allontanamento dei Crass dall’illusione punk ebbe un riscontro anche estetico dettato dall’esigenza di distinguersi da quella scomoda e superficiale moda: "Decidemmo di vestirci di nero per protestare contro il pavoneggiarsi narcisistico della moda punk, iniziammo ad utilizzare video e filmati durante i nostri spettacoli, ci dedicammo alla stampa di volantini per spiegare le nostre posizioni e pubblicammo un giornale "International anthem". E per smentire le voci messe in giro dalla stampa, secondo cui non eravamo che degli estremisti di destra e/o di sinistra, decidemmo di attaccare dietro il palco ai nostri concerti, una bandiera col simbolo dell’anarchia…" La stessa vita in una comune rappresentava un esperimento utopico "…che coinvolgeva l’esperienza nella sua globalità compreso lo stile di vita e il vivere all’interno di ciò che il teorico anarchico Murray Bookchin definisce un "gruppo di affinità". Ma che soprattutto rappresentava al meglio il tentativo concreto di "…colmare il divario fra teoria e prassi, un risultato raramente conseguito nella storia del pensiero e dei movimenti anarchici"
1.2.2. Il rapporto con l’industria musicale
Negli anni dell’esplosione del fenomeno punk (1976 e successivi) si formarono molte etichette indipendenti che si offrirono di produrre dischi, spesso in formato 7" (più famoso come 45 giri), ai gruppi che altrimenti non avrebbero avuto un aiuto dalle grosse case discografiche (questo almeno prima che si accorgessero delle sue possibilità commerciali). I Crass non fecero eccezione: la piccola etichetta Small Wonder , dopo averne sentito il demotape, li contattò (era il 1978) per proporre loro la stampa di quello che diverrà il loro primo disco: The feeding of the 5000. Ancora prima della sua uscita il disco creò loro dei problemi: "Quando, nella primavera del 1979, riuscimmo a pubblicare The feeding of the 5000 , il primo brano della prima facciata era fatto di silenzio ed intitolato The sound of freee speech (il suono delle parole libere). Lo stabilimento di stampa del disco decise che Asylum, primo brano della prima facciata, era troppo blasfemo per i loro, e quindi i vostri, gusti. Ecco la vera faccia della censura nel cosiddetto mondo libero!" Le scottanti tematiche affrontate negli altri brani del disco provocarono la reazione disgustata dei mass media che attaccarono ideologicamente il collettivo e ne stroncarono il prodotto musicale. "La critica dei Crass aveva una serie di bersagli preferiti, che spesso mescolava assieme in una sorta di grandiosa teoria della cospirazione ordita dal "sistema". La chiesa, la disoccupazione, il patriarcato, i valori della famiglia, lo stato, la guerra, le armi nucleari, lo sfruttamento del Terzo mondo, l’ambiente, il commercio della carne, erano i bersagli preferiti, come pure i gruppi e gli scrittori punk che non vivevano secondo gli standard rigorosi dei Crass" Nonostante le recensioni negative i Crass ottennero sin dall’inizio un discreto successo commerciale di vendite tanto che "i mass media (che) fin dall’inizio hanno fatto di tutto per ignorarci (…) si sono dovuti arrendere all’evidenza dei fatti e sono stati costretti a darci, pur se riluttanti, un po’ di credito. È tutto molto semplice: se non stai al loro gioco, che è lo sfruttamento commerciale, non accetteranno il tuo." I Crass si scagliarono non solo contro la stampa ma anche contro: "(…) l’industria musicale (che) non solo compera i gruppi, ma paga anche la stampa. I truffatori sono molto più diffusi e potenti di quanto possiamo immaginare. Comunque, visto che costituivamo una minaccia al suo controllo, fu il nemico a compiere il primo passo verso di noi." Durante tutta la loro carriera ricevettero numerose offerte da parte delle major, offerte che vennero tutte fermamente respinte: "anni fa c’è stato offerto un contratto da una grossa casa discografica: quello stronzo che la dirigeva ebbe sul serio il coraggio di dirci che noi potevamo vendere la rivoluzione. Voleva che noi fossimo solo un altro prodotto a basso prezzo per la testa dei consumatori. Disse che avrebbe trasformato la nostra rabbia in una fonte di guadagno" . I Crass si spinsero oltre e giunsero alla fondazione di una propria etichetta discografica: la Crass Records. Tale scelta derivò anche dal fatto che "Pete, della Small Wonder cominciava già da tempo a risentire negativamente delle continue attenzioni che la polizia dedicava al suo negozio di dischi per causa nostra, quindi cercammo del denaro in prestito per pubblicare Stations of the Crass per conto nostro" . Grazie al successo di Stations of the Crass, il loro secondo album, il collettivo poté ricomprare "…i diritti di The Feeding of the 5000 da Small Wonder, visto che Pete e Mary avevano deciso di chiudere con la loro label. È stato allora che abbiamo ripubblicato il nostro disco d’esordio sulla nostra label, e con Asylum come primo brano, com’era nel nostro iniziale progetto." Nonostante la scelta di rimanere marginali i Crass hanno usato efficacemente valide tecniche di vendita e promozione in modo da poter diffondere più facilmente le proprie idee. Tutti i loro dischi erano contenuti in copertine apribili a poster riempite di immagini, slogan, testi e via dicendo. La quantità di informazioni riportate sui loro dischi, supportate di un incisivo e innovativo lavoro grafico in bianco e nero, era tale che "…non è esagerato dire che i dischi dei Crass non solo si potevano ascoltare ma anche leggere" . Tale opera di diffusione fu promossa anche attraverso l’imposizione del prezzo in copertina tenuto rigorosamente vicino ai costi di produzione "Hanno dato grande rilievo ai costi limitati dei loro dischi autoprodotti: il primo singolo riportava in copertina la scritta: Non pagare più di 45p (i singoli in quel periodo costavano 80-90 pence)" . L’attività della Crass Records non si limitò ai dischi e libri dei Crass: "Con l’andare del tempo, pubblicarono i lavori di più di venti gruppi anarchici e punk, divenendo un simbolo di organizzazione e longevità. Per i gruppi anarchici, l’etichetta da cui era pubblicato il disco era importante quanto la stessa musica. Questo insistente interesse per gli elementi extramusicali era essenziale per l’autonomia tanto ostentata dai Crass: la Crass Records e il gruppo erano aspetti collegati della stessa attività politico-musicale" . Questo particolare modo di autogestire le proprie espressioni musicali, diffondendole ad un prezzo molto vicino al suo costo di produzione (da cui la spesso citata espressione No profit), unito ad una forte politicizzazione, sarà di grande esempio per quello che con gli anni diverrà un immenso network di autoproduzioni completamente indipendente ed autonomo: il DiY (do it yourself).
1.2.3. Denuncie e perquisizioni
Il desiderio di autonomia dei Crass non trovò vita facile. Fu proprio il primo disco a firma Crass Records (1979) a provocare le prime perquisizioni poliziesche: "Poco dopo l’uscita di The feeding of the 5000 per Small Wonder riuscimmo a trovare uno stabilimento disposto a stampare Asylum: riregistrammo il pezzo e lo pubblicammo assieme a Shaved women stampando in casa le copertine ed imponendo un prezzo di vendita di 45 pence." "Questo nostro lavoro venne premiato da una visita a casa nostra di una sezione della buon costume di Scotland Yard e da numerose denuncie per vilipendio alla religione e oscenità (…) che portarono a ispezioni della polizia in tutti i negozi di dischi del paese" . Recitato dalla voce di Eve Libertine su una base fatta di effetti sonori, il testo di Asylum è un duro attacco al patriarcato occidentale attraverso il discorso guida del cristianesimo, collocato in un contesto più ampio di militarismo e misoginia. La pubblicazione del singolo Reality Asylum oltre alle già citate denunce per oscenità e perquisizioni poliziesche provocò anche un ammonimento da parte della sezione buoncostume di Scoltand Yard che li avvisò del fatto che per quanto fossero formalmente "liberi", non sarebbe stato sconsigliabile ripetere un’avventura simile. Ma "la natura stessa della nostra libertà ci ha invece imposto di ritentare: si mise così in moto quella continua serie di vessazioni da parte della polizia nei nostri confronti che dura a tutt’oggi" Oltre ad essere fortemente osteggiati da mass media ed autorità, i Crass ebbero problemi col circuito del music business in generale: "è stato all’incirca in quel periodo che per la prima ed unica volta sono state trasmesse delle nostre canzoni per la radio nazionale da John Peel : da allora la nostra reputazione di bestemmiatori e blasfemi ci ha precluso qualsiasi possibilità di intervento e partecipazione nelle trasmissioni radiofoniche inglesi. (…) sembrava infatti che il dissentire pubblicamente su un argomento come la guerra nelle Falklands fosse inaccettabile da un pubblico che intasava il centralino della BBC con telefonate di protesta."
1.2.4. Un attacco femminista
Reality Asylum non sarà l’unico brano ad affrontare tematiche connesse alla discriminazione sessuale. Mossi dal desiderio di "Sferrare un attacco femminista" al fine di spingere le persone a "… imparare a rifiutare i ruoli che ci sono imposti dall’alto, tipo il ‘maschio dominatore’ contro la ‘femmina remissiva’, ruoli finora accettati passivamente" nel 1980 i Crass pubblicarono l’album Penis Envy (invidia del pene). Curato esclusivamente dalla parte femminile del collettivo, l’album affrontava, secondo un punto di vista esclusivamente femminile ma che esulava dai tradizionali schemi "femministi", il ruolo della donna nella società patriarcale, la sua sessualità e le discriminazioni presenti nella religione cattolica. Penis Envy provocò numerose reazioni sconcertate evidenziando numerosi pregiudizi radicati non solo nei mass media, ma anche negli stessi punks. L’album provocò anche le reazioni della stampa generalmente di sinistra che li accusò di ambiguità e di anti-femminismo "(…) però tali critiche non hanno senso di esistere a una ragionata lettura dei testi di queste canzoni, continuamente in bilico tra racconti personali e considerazioni politiche" . L’ultimo brano di Penis Envy, intitolato Our Wedding (il nostro matrimonio), venne usato per colpire direttamente la rivista "Loving", rivista rosa per adolescenti "…specializzata nello sfruttamento della solitudine giovanile." . Proposta sotto lo pseudonimo di Creative Recording and Sound Service, la canzone in questione era una parodia di una canzone d’amore ispirata al matrimonio. Stampata in formato 7" flexi venne allegata alla rivista "Loving" che la propose alle proprie lettrici come "un must per il felice giorno del matrimonio". Apparentemente tale, Our Wedding si rivelò in realtà come una feroce critica all’istituzione stessa. "Non appena l’inganno venne scoperto l’intera Fleet Street venne scossa, e molte teste caddero nella redazione di "Loving"…"
1.2.5. Contro l’Oi! e gli skinheads
Nella radicalizzazione del loro pensiero politico i Crass ritennero opportuno criticare duramente un altro fenomeno che andava formandosi in quegli stessi anni: il genere musicale Oi! ascoltato prevalentemente dagli skinheads. Propagandato da Garry Burshell, giornalista della autorevole rivista musicale inglese "Sounds", come "…l’unico, il vero punk. (…) Proprio mentre il punk è nato per distruggere le discriminazioni, l’Oi! Music e lo Skunk sono così ciechi che le rafforzano." . Le critiche mosse nei confronti degli skinheads riguardano principalmente i gravi disordini, spesso a sfondo razziale, provocate ai concerti e non solo. I Crass spingeranno ancora avanti la loro critica denunciando la strumentalizzazione politica del movimento sulla base di una falsa mitologia della classe operaia. "Affermare che il punk appartiene alla classe operaia significa solo strapparlo dalle sue vere radici, che sono nel rock interclassista rivoluzionario". (non vi è spazio in questa sede per approfondire il movimento skinhead ... Tengo comunque a precisare a quanti non lo conoscano come al suo interno non vi sia solo la corrente nazista di merda o apolitica ma anche quella redskin che politicamente è a sinistra...)
1.2.6. I concerti
I Crass incontrarono numerosi problemi anche nel circuito dei locali: "Fummo cacciati, boicottati, persino banditi dall’allora leggendario Roxy Club : ci dissero che volevano solo ragazzi a posto." In reazione a questa situazione, e con l’intento di diffondere il più possibile le proprie idee, cominciarono a suonare "…in posti dove nessun altro gruppo aveva mai suonato prima. Circoli di quartiere, tendoni, centri sociali, qualsiasi posto che non fosse stato un club privato, una discoteca o appartenesse al circuito universitario. Centinaia di persone sarebbero state disposte a seguirci in capo al mondo durante i nostri tours per celebrare il reciproco senso di libertà. Abbiamo diviso la nostra musica, film, letteratura, conversazioni, cibo e tè." Tal esigenza di esprimersi in luoghi non convenzionali portò all’idea di occupare un posto per potervi organizzare dei concerti alla portata di tutti. Dopo un primo tentativo al Rainbow Club "(…) occupammo lo Zig Zag Club, anch’esso allora sfitto. La notizia di questa seconda occupazione si diffuse per la città in un baleno, anche perché si era sparsa voce dei pestaggi della polizia al Rainbow. A mezzogiorno parecchie centinaia di persone si erano raccolte dentro e tutt’intorno allo Zig Zag occupato, e nel pomeriggio ebbe inizio un grande concerto collettivo gratuito. (…) con cibo gratis e birra rubata abbiamo celebrato ancora la nostra indipendenza, stavolta assieme a tanti gruppi musicali, il meglio di quello che si poteva davvero chiamare punk. Insieme abbiamo dato vita a un’esplosione di energia durata ventiquattr’ore che ha ispirato decine e decine di eventi simili in tutto il mondo. Avevamo imparato la lezione: lo slogan do it yourself (fatelo da soli) non è mai stato così vero come in quel giorno allo Zig Zag Club" I concerti dei Crass si distinsero per il loro impatto e per la totale assenza di diversità fra musicista e spettatore: "Quella prima volta a Norwich i Crass furono sbalorditivi (…) ci colpì la loro spontaneità: prima di suonare, gironzolarono per la sala mezza vuota e dopo ci aspettarono affinché potessimo parlare con loro sorseggiando tè. La musica per i Crass era roba vera e si vedeva (…), si può dire che non abbiano ridotto il concerto alla sua componente materiale ma lo abbiano ampliato in maniera indefinita, così da includere il prima e il dopo concerto, il montaggio dell’impianto casereccio rubacchiato, l’allestimento di striscioni e bandiere e la conseguente trasformazione del capannone, l’indossare inquietanti abiti neri paramilitari con fasce rosse, le donne attraenti ma in modo asessuato. Ero intimorito ma nello stesso tempo profondamente attratto. (…) Per la gente del Norfolk era come se fosse sbarcato un gruppo di alieni nella loro contea, proveniente da un universo in cui vigevano regole diverse, che traspirava autenticità." Capaci di sconvolgere anche i punk, i Crass "stimolavano il dubbio" e aggiungevano "un tassello nuovo, un qualcosa di serio." Lo stesso Penny Rimbaud definirà i concerti del suo gruppo in questo modo: "Era ben altro che ambiguità, era una contraddizione assoluta, tra il calore, l’apertura mentale eccetera. Di tutti i gruppi punk eravamo i più meccanici, disumani, terrorizzanti. Eravamo un gran buco nero da cui fuoriusciva una cascata di immagini orribili. Un bombardamento a tappeto, in completo contrasto con il dopo concerto in cui giravamo per la sala mangiando tramezzini e sorseggiando tazze di tè. Era proprio questa confusione che metteva in discussione le persone e le invitava a decidere" . Decidere di reagire a tutto ciò che gli veniva fatto vedere organizzando proteste, manifestazioni, occupando e via dicendo. Di grande impatto, autogestiti, con un prezzo d’ingresso nettamente inferiore a quello dei concerti offerti dal music business ed organizzati in posti inusuali o addirittura illegali, simili eventi si distinsero anche per la donazione dei profitti a varie cause affini all’ideale anarchico-pacifista. "Nella primavera del 1980 abbiamo partecipato a una serie di concerti a sostegno del fondo di difesa per alcuni anarchici detenuti, definiti paradossalmente Persons unknown (sconosciuti)." Assieme ai soldi ricavati dalla pubblicazione di un disco split 7" col gruppo Poison Girls, i Crass contribuirono anche all’apertura di un circolo anarchico. "La facilità relativa con cui eravamo stati in grado di raccogliere i fondi per il centro anarchico ci fece capire il nostro potere non solo di dare vita a nuove idee, ma anche di riuscire in qualche modo a realizzarle. Veniva davvero molta gente ai nostri concerti, quindi il modo migliore di sfruttare la situazione era il decidere che avremmo esclusivamente suonato in concerto a sostegno di qualche cosa. In tutti gli anni della nostra attività siamo riusciti a raccogliere fondi per una grande quantità di cause differenti". Non solo: "I soldi ricavati dallo spettacolo precedente sono andati sia a qualche campagna politica marginale (salute mentale e diritti degli animali) sia alla promozione di altri eventi musicali come i free festival (Saranno proprio alcuni dei membri del collettivo dei Crass a partecipare all’organizzazione dei primi festival di Stonehenge). Opposizione e antagonismo attraverso l’attivismo, e attraverso la musica."
1.2.7. Una particolare forma di anarchismo
L’esperienza del circolo anarchico sottolineò un’altra caratteristica peculiare dell’ideologia crassiana. Il centro infatti chiuse a seguito degli attriti fra i "tradizionalisti" del gruppo di Persons Unknown e gli anarcopunks. Il contrasto si svolse prevalentemente su base ideologica: l’anarco-pacifismo proposto dai Crass è rivolto ad una ricerca concreta di autonomia agendo sulla propria vita reale (vivere in una comune, le occupazioni, le autoproduzioni e via dicendo) senza nemmeno fare riferimento alla tradizione storica anarchica, anzi ignorandola: "Nonostante il casino, ci si divertiva enormemente. Nessuno che venisse a seccarti con storie assurde (…), nessuno che voleva sapere come mai anarchia e pace potessero coesistere, nessuno che venisse a romperci i coglioni con lunghi monologhi su Bakunin, che a quel tempo noi si immaginava probabilmente fosse una marca di vodka." Ispirati profondamente dal concetto di azione diretta e nonviolenta, utilizzarono questo modo di agire per risolvere gran parte dei loro problemi nonché per organizzare festival, manifestazioni e sabotaggi. Scopo dei Crass era costruire una "estetica della rabbia" anziché "(…) adottare la strategia degli attivisti anarchici inglesi della generazione precedente, quelli delle Angry Brigade, con le loro cellule terroristiche, le bombe e le rivendicazioni. Pur cercando di rappresentare la rabbia nei loro prodotti culturali, i Crass evitarono le grandi contrapposizioni della politica sottoculturale giovanile del periodo: la destra (il British Movement, il National Front, gli Sham 69, l’Oi!) e la sinistra (il Socialist Workers Party, Rock Against Racism, i Clash). (…) Pensavano che non prendendo posizione (…) sarebbero riusciti a provocare il pubblico senza inquadrarlo, si può dire perciò che i Crass valorizzavano al massimo la loro autonomia." Nonostante il loro immaginario catastrofico e pieno di immagini di alienazione e dominio, il collettivo manteneva un atteggiamento propositivo: "Il futuro per i Crass è un incubo, ma non lo è il futuro che essi auspicano. Attraverso queste composizioni culturali dispotiche viene rappresentata un’utopia politica" . Per quanto il loro modo di comunicare fosse di così forte impatto essi specificheranno che "non c’è aggressività nelle nostre performance, è solo disperazione" . Disperazione per le ingiustizie e le discriminazioni del mondo occidentale, disperazione che nasce dall’amore per la vita: "Alcuni membri del gruppo realizzarono Acts of love (atti d’amore), una raccolta di cinquanta poesie che costituiva un tentativo di dimostrare che l’origine della nostra rabbia era l’amore e non l’odio, e che la nostra idea di individualismo più che da un egocentrismo sociale bigotto, derivava da una nostra filosofia dell’essere." Lo stesso amore per la vita li porterà ad interessarsi dello sfruttamento animale. "L’opporsi al massacro degli animali perpetrato dall’uomo può restare per alcuni solo un obiettivo che si realizza nella pratica delle azioni dimostrative di una stretta cerchia di obiettori. Chi si sente coinvolto in questi argomenti, sa invece che il problema è molto più complicato di quanto sembri" . Una dieta vegetariana, azioni di protesta, boicottaggio e veri e propri sabotaggi ai laboratori di vivisezione, azioni di disturbo durante le partite di caccia, atti di vandalismo nelle macellerie e altre azioni simili sono solo alcune delle pratiche adottate e organizzate dai Crass ed ispirate all’azione diretta. Il collettivo riuscì "a fare dell’anarchia un movimento popolare di milioni di persone" , la cui influenza continua ancor oggi: "A quel tempo L’A cerchiata era un simbolo che era raramente visto al di fuori di una stretta cerchia di persone interessante a una letteratura anarchica precisa e generalmente noiosa: di lì a pochi mesi l’A cerchiata era dappertutto, distintivi, muri di tutta la nazione. In pochi anni quel simbolo si è diffuso in tutto il mondo. Johnny Rotten potrà aver dichiarato di esser un anarchico, ma siamo stati noi quelli che da soli siamo riusciti a fare dell’anarchia un movimento popolare di milioni di persone." Contemporaneamente decisero di affiancare all’ideale anarchico una marcata attitudine pacifista: "In quel periodo essendoci resi conto che il CND (Campaign for Nuclear Disarmament – Campagna per il disarmo nucleare) esisteva ancora, sebbene in maniera frustrata ed autocastrata, decidemmo allora di sostenere la sua causa, cosa che il CND era incapace di fare da solo. Da allora, nonostante la derisione della stampa musicale, ai nostri concerti abbiamo sempre appeso la bandiera pacifista." L’impatto di questa nuova forma di anarchismo fu enorme, tanto da creare nuovi e radicali stili di vita. Di facile acquisizione, grazie soprattutto alla sua indifferenza nei confronti dei testi accademici, e di rilevante concretezza, l’anarco pacifismo dei Crass sarà l’esempio portante per la strutturazione e l’evoluzione della cultura DIY. "Un settore sociale nuovo e sino a quel momento inconsapevole veniva così a contatto con una forma di pensiero radicale, per raggiungere poi il culmine nelle grandi manifestazioni popolari, marce per la pace e raduni che continuano tuttora. Per questo l’effetto reale dei nostri lavori non va ricercato entro i confini del rock’n’roll, ma nelle menti radicali di migliaia di giovani in tutto il mondo. Dalle reti di Greenham al muro di Berlino, dalle iniziative di Stop The City ai concerti underground in Polonia, il nostro speciale genere di anarcopacifismo, ormai quasi un sinonimo di punk, si è fatto conoscere." "Quasi un sinonimo di punk" afferma Penny Rimbaud. Col tempo il termine punk, che comunque connota anche un fenomeno ben superficiale e commerciale, allora come oggi, cederà il posto ad un termine che descrive meglio questo movimento: do it yourself o, come accade più spesso recentemente, "cultura DIY".
1.2.8. Thatchergate
Coerentemente al loro ideale pacifista i Crass si scagliarono sin dagli inizi contro la guerra, argomento presente sin dalle loro prime produzioni. L’esercito ed il nucleare rientravano tra i loro "bersagli" preferiti. Ad un certo punto la loro propaganda si acutizzò in seguito ad un evento sconvolgente ed inaspettato: "Durante il 1981 abbiamo registrato Christ – The Album (…), però, la nostra gioia venne annientata da una grande tragedia: la gran Bretagna andava in guerra. Delle stupidaggini avvenute su un’isola chiamata South Georgia, un posto del quale nessuno aveva mai sentito parlare, portarono a gravi scontri su di un gruppo di isole chiamate Falkland, un posto del quale pure nessuno aveva mai sentito parlare. (…) Mentre centinaia di ragazzi morivano, le nostre canzoni, i nostri volantini, parole e idee immediatamente sembrava avessero perso significato." In un contesto dove "le proteste contro la guerra erano virtualmente inesistenti (e) il dissenso veniva zittito" i Crass pubblicarono un singolo flexi contenente una canzone contro la guerra nelle Falkland. Definiti dalla stampa come "traditori" ricevettero dalla Camera dei Comuni un ammonimento che li invitava a "badare a quanto stavamo facendo". Così come accadde precedentemente per il singolo Reality Asylum, essi decisero di continuare la loro opera di controinformazione e nel 1982, non appena terminata la guerra, pubblicarono un altro singolo contenente la canzone How does it feel to be the mother of a thousand dead? (come ci si sente ad essere la madre di mille morti?). La canzone ara un diretto attacco a Margaret Thatcher ritenuta responsabile di avere "…voluto la guerra per pubblicizzare la propria immagine e quella del proprio partito in vista delle imminenti elezioni" . In seguito alla loro propaganda i Crass, oltre a ulteriori denunce, ricevettero grande attenzione da parte dei mass media. Nonostante la situazione fosse già assai critica, realizzarono segretamente un nastro e lo spedirono anonimamente alle principali testate giornalistiche mondiali. Il nastro provocò un vero e proprio caso giornalistico definito thatchergate. "Si trattava di un nastro veramente ben realizzato, studiato in forma di conversazione tra Reagan e la Thatcher durante la quale veniva ammessa la sua responsabilità diretta nell’affondamento della Belgrado, argomento sul quale la Thatcher aveva imposto il no comment e la conseguente conferma del bombardamento della Sheffield da parte dell’Invincibile, notizia tenuta sino a quel momento segreta. E, visto che c’eravamo, abbiamo inserito una dichiarazione di Reagan nella quale veniva presa in considerazione l’idea di un conflitto nucleare in Europa nel caso fosse messa in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti. Un’ipotesi che probabilmente non è poi così assurda" . "Furono usate informazioni non di pubblico dominio, fornite ai Crass da un marinaio che era stato nelle Falkland, compresa l’accusa che la Sheffield (colpita da un missile Exocet) fosse stata effettivamente sacrificata dagli alti gradi della Marina per proteggere la portaerei vicina su cui prestava servizio il principe Andrea." Scoperta da un giornalista la loro responsabilità, i Crass divennero oggetto di numerose interviste da parte di tutto il mondo, interviste alle quali risposero dando sempre opinioni secondo un punto di vista anarchico. Tale attenzione nei loro confronti cominciò a far desiderare, tra i membri del collettivo, l’idea di sciogliere il gruppo: "Avevamo finalmente raggiunto una specie di potere politico, eravamo trattati con considerazione e rispetto. Era davvero ciò che volevamo? (…) Dopo sette anni di attività eravamo diventati proprio quello che all’inizio volevamo combattere. (…) Avevamo si trovato una base solida per le nostre idee, ma qualcosa di quelle stesse idee si era come perso per strada. (…) Eravamo divenuti amari proprio dove una volta eravamo gioiosi, pessimisti proprio quando era l’ottimismo la nostra causa." Nel 1984, stanchi delle continue denuncie, perquisizioni, processi e non più convinti che avesse un senso continuare col gruppo in quanto "… i nostri concerti erano diventati praticamente un’occasione d’intrattenimento qualsiasi" , i Crass decisero di sciogliersi. In realtà sin dai primissimi dischi il collettivo era uso riportare una specie di codice cifrato che altro non rappresentava che un conto alla rovescia con scadenza finale proprio l’anno 1984 in chiaro omaggio al famoso romanzo di George Orwell. Ma la realtà dei fatti venne vissuta come ancora più dolorosa dal collettivo: "Era arrivato il 1984, in maniera ancora peggiore di quella profetizzata da Orwell: disoccupazione, sfratti, povertà, fame. Lo stato di polizia era divenuto una realtà: se ne sarebbero accorti ben presto i minatori in sciopero. La ‘morte accidentale’ provocata dalla polizia, trasformata ormai in esercito personale della Thatcher, era divenuta un fatto normale, accettato da tutti. L’equilibrio di un’intera società era appeso al filo di una dittatura egoista e malvagia. La nostra situazione non era delle migliori: siamo stati trascinati in tribunale ancora una volta per una denuncia per oscenità , un processo che ci ha quasi distrutto. Abbiamo i mezzi per non farvi più parlare, ci hanno detto. Fu durante l’estate di quell’anno che si tenne il nostro ultimo concerto, una serata agitatissima a sostegno dei minatori del Galles in sciopero. Sul palco dichiarammo ancora una volta la nostra ferma intenzione di continuare a combattere per la libertà ma, nel ritornare a casa, quella sera, ci si rese conto che non potevamo più andare avanti così. Il cammino che avevamo intrapreso sembrava giunto a un punto morto. Avevamo bisogno di nuove strade per raggiungere i nostri obiettivi" Formando altri gruppi, mantenendo sempre vivo l’impegno politico-sociale e sostenendo altri gruppi attraverso la Crass Records i membri del collettivo cercarono nuove strade per esprimersi.
1.2.9. Best before 1984?
Sebbene la "parabola dei Crass" (così com’è definita da George McKay) durò dal 1978 al 1984, i suoi effetti ebbero un impatto immediato su tutta la scena punk mondiale contribuendo a costruire una nuova comunità profondamente ispirata al principio del do it yourself. Dai primissimi anni ’80 fino ai giorni nostri il DiY è stato alimentato da varie correnti musicali e ideologiche che hanno rafforzato, col passare del tempo, l’idea di autoproduzione e indipendenza dal mercato discografico, unita ad una radicale politicizzazione di impronta anarcopacifista le cui caratteristiche verranno a fondo analizzate nel capitolo ad essa dedicato. Mischiando musica e politica secondo un modo nuovo e slegato da approfondamenti e rimandi accademici, il "facile" anarchismo dei Crass (basato più sull’azione concreta che sulla teoria) avrà un grande impatto su migliaia di gruppi e collettivi in tutto il mondo.
1.3. Lo sviluppo del network DiY punk
Nella sua strutturazione il movimento DIY, coerentemente alla propria linea politica anarchica e quindi "orizzontale", non riconosce nessun leader. Non vi è del resto neanche una particolare storicizzazione del movimento stesso. Nel tentativo di ricostruire il più fedelmente possibile la sua evoluzione si è scelto di analizzare quei gruppi e collettivi le cui produzioni musicali e culturali hanno avuto un grosso impatto, e riconoscimento, per lo sviluppo della cultura DIY.
3.3.1. Discharge
In Inghilterra grazie all’attività della Crass Records ebbero la possibilità di esprimersi altri gruppi importanti per l’ideologia anarco-punk che assieme al gruppo "madre" formarono l’asse Crass – Conflict – Poison Girls (gruppo molto attento alle tematiche legate al gender) – Flux of Pink Indians e via dicendo. A questi gruppi vanno aggiunti i Discharge che estremizzarono notevolmente sia l’approccio lirico che musicale: " i Discharge capirono che il punk-rock non poteva più stare a metà strada. Molti fanno coincidere questa scelta con la nascita dell’hardcore." Il parallelo fra i Discharge e l’hardcore (di cui si parlerà più avanti) non è del tutto casuale: i Discharge porteranno il punk ad essere suonato a velocità, per i tempi, folli accompagnate da testi diretti e aggressivi che li rendevano "…più di chiunque altro gli interpreti della catastrofe in atto. (…) I Discharge si distinguevano fin da allora per la noncuranza con la quale sapevano maltrattare la storia, per l’estrema disinvoltura con la quale narravano di stragi, catastrofi nucleari, apocalissi incombenti." I testi non vengono più cantati, ma urlati: un modo di "cantare" che diverrà presto popolare sia perché più adatto alla velocità della musica sia, ed anzi soprattutto, perché meglio rispondente all’urgenza del loro messaggio. I loro dischi si distinsero per le grafiche in bianco e nero riportanti immagini di guerra e distruzione con un occhio sempre critico nei confronti del sistema, della religione, del potere e ogni altra forma di oppressione. Anche il look cambia: prevale il nero su un abbigliamento notevolmente più trasandato, i capelli si fanno più lunghi e nelle loro rare foto, il gruppo rifiuta di farsi ritrarre e di fare attività promozionale, compare anche qualche barba incolta. Con un simile approccio i Discharge costituiranno il precedente più influente sul movimento grind / crust che più di ogni altro sarà meritorio della radicalizzazione degli ideali "crassiani" all’interno del DIY punk. Dall’analisi dell’esperienza dei Discharge si cominciano a delineare alcune pratiche che diverranno poi molto comuni nel DiY ma che allora erano delle vere e proprie eccezioni. "Fioccano le lettere al fun club, alle quali Cal e soci cercano di rispondere personalmente (…). Regalano pezze della band da cucire sui giubbotti, spiegano i testi delle proprie canzoni, instaurando così un rapporto diretto con i fans che, per la prima volta nella storia del rock, anche di quello alternativo, esclude la grande stampa ed i cosiddetti mezzi d’informazione di regime." Pratiche alle quali va aggiunta "…l’abitudine di distribuire personalmente al pubblico i volantini con i testi dei loro brani." In realtà già i Crass e i gruppi della loro etichetta, negli stessi anni, riportavano il proprio indirizzo sui dischi e, lungi dal pensare di avere un fan club, rispondevano personalmente ad ogni lettera. Tal elemento potrebbe a prima vista sembrare irrilevante, è bene notare invece che il network DiY si struttura proprio su una rete di contatti diretti, volantini e fanzines di cui spesso lo scrivere ad un gruppo, per avere più informazioni al suo riguardo, costituisce un primo importante passo per addentrarvisi. Paradossalmente, però, l’esperienza dei Discharge finì per essere anche uno di quei tanti esempi di gruppi che, una volta raggiunto un discreto successo, commercializzarono la loro proposta musicale e passarono ad una major perdendo qualsiasi tipo di supporto e d’interesse da parte della scena.
1.3.2. Italia
Intanto in Europa e negli Stati Uniti cominciarono a diffondersi le idee sul DiY e proprio in Italia si trova una scena estremamente politicizzata ispirata all’asse Crass – Discharge e molto legata ai posti occupati: gli squats. Assieme a Olanda (attiva sin dagli inizi con: Larm, BGK e The Ex) e Finlandia (la cui tradizione di gruppi dalle sonorità molto simili a quelle "dischargeane" è famosa ancor oggi: Anti Cimex, Disarm, Kaaos e via dicendo), l’Italia svilupperà un gran numero di situazioni antagoniste ed un particolare suono: l’hardcore / punk italiano, spesso cantato in lingua madre, che rimarrà leggendario sino ai giorni nostri. Sono infatti moltissime le fanzines di tutto il mondo che usano l’hc italiano (HC è una comunissima abbreviazione del termine hardcore) come definizione di genere, oltre a dedicarvi ancora articoli (il più recente è apparso su "Maximum Rocknroll", n° 215, Aprile 2001, USA). L’hc italiano creò una rete totalmente autogestita di autoproduzioni, legata ad alcune occupazioni promosse proprio dai collettivi punk in cerca di posti dove suonare e dove poter organizzare altre attività socio-politiche. "(…) riteniamo indispensabile cantare in italiano e condurre attività parallele alla sola attività musicale (volantini, militanza antimilitarista etc.). sarebbe inutile e senza senso lanciare un messaggio che non sia immediatamente comprensibile da chi ascolta e partecipa." "L’Italia punk / alternativa di quindici anni fa era costituita da una serie di piccoli raggruppamenti locali (una serie di "città stato" ebbe a dire un compagno anarchico inglese), generalmente cementati da simili gusti musicali, di linguaggio e abbigliamento." Tali "città stato" ebbero particolare concentrazione nell’Italia centro settentrionale ed in particolare nelle città di Milano (che ebbe come sede le varie occupazioni del Virus), Bologna (attiva con l’etichetta Attack Punk), Torino (il cui particolare clima di alienazione da città industriale produrrà alcuni fra i gruppi più intensi), Udine, Roma, Aosta (il gruppo Kina e la sua etichetta Blu Bus) e l’area toscana raccolta sotto la sigla di Gran Ducato Hard Core (GDHC) con sede principale il Victor Charlie di Pisa. Malgrado queste concentrazioni "…dovute principalmente al fatto che in queste città avevano dei posti, occupati o meno, dove poter tener concerti e quindi aggregare persone" , i vari collettivi seppero collaborare fra loro organizzando iniziative comuni come ad esempio "Pankaminazione", una pubblicazione a diffusione nazionale volta a cercare di informare la scena sulle autoproduzioni e le attività dei vari collettivi italiani. Anche politicamente la scena italiana ruppe col passato: "(…) le sovrapposizioni e le convergenze tra punks e gli anarchici pre-esistenti (… i tradizionalisti, così vennero etichettati!) furono rare e sporadiche" tanto da spingere Sergio Tosato, cantante del gruppo torinese Contrazione, ad affermazioni quali "la nostra e la vostra anarchia forse non s’incontreranno mai" durante il Meeting Internazionale Anarchico di Venezia del settembre 1984 .
1.3.3. HC e XXX
In precedenza si è parlato di hardcore, è bene ora prendere in esame questo particolare movimento. "Cominciò tutto a Wahington, D.C. attorno al ‘79-80.I Teen Idles furono probabilmente il primo gruppo abbastanza conosciuto a chiamarsi straight edge e promossero l’idea di uno stile di vita vigile e sobrio all’interno dell’allora decadente scena punk. Oltretutto, in modo da distanziarsi da quei gruppi che, considerati venduti e modaioli, caratterizzavano la nuova ondata punk, inventarono il termine HARDCORE. Hardcore significa appunto i più estremi ("hard core") fra i punks. Non poseurs (atteggiati) o modaioli ma ragazzi veramente dedicati (…) ad una scena." Si comincia anche a diffondere il concetto di scena intesa come "(…) l’unione spirituale, il radicato senso di fratellanza e sostegno che lega una piccola cerchia di gruppi musicali, quelle band che non si vedono realizzate in effimeri sogni di fama e denaro, ma che vengono appagate dal potere espressivo della musica e della continua ricerca di un proprio stile." La scena non riguarda esclusivamente i gruppi ma tutte le persone coinvolte nel giro hardcore, sia che esse siano attive in qualche modo, sia che siano "semplici" spettatori. L' hardcore immediatamente si diffuse ovunque negli Stati Uniti, in Europa e in altre parti del mondo, divenendo la forma musicale più adatta ad esprimere il dissenso e la rabbia presente nei testi sempre più orientati alla critica politico-sociale. Il termine hardcore, che appunto significa estremo, connota un genere musicale che pur mantenendo lo scarno song-writing del punk (un genere musicale fatto per la maggior parte da musicisti dilettanti e notoriamente nato in reazione ai virtuosi gruppi degli anni Sessanta e Settanta, gli unici ad avere effettiva esposizione) raggiungeva ora velocità notevolmente sostenute ed un cantato che diventa urlo. La necessità di dissociarsi dall’attitudine nichilista e autolesionista del punk comunemente inteso (spesso causa di problemi ai concerti e non solo) darà luce ad una particolare forma di hc: lo straight edge. Termine nato dall’omonima canzone di un gruppo di Washington D.C., i Minor Threat (formatisi dalle ceneri dei Teen Idles). L’ideologia straight edge proponeva il dissociarsi dall’uso di bevande alcoliche, sigarette e droghe arricchendosi col tempo di istanze ecologiste e soprattutto vegetariane / vegane. Con la loro etichetta, la Dischord di Ian Mc Kaye cantante e autore dei testi, i Minor Threat produssero i dischi di molti gruppi affini a tale ideologia, contribuendo a creare una forte scena. Anche il look hardcore risulta meno influenzato dalla moda punk. L’esigenza di distinguersi si affaccia anche esteticamente: scompaiono quasi totalmente le creste e i forti colori, in favore di un abbigliamento più sobrio. Diventano comuni i capelli rasati (soprattutto in ambito straight edge), felpe e pantaloni abbastanza larghi. Questa tendenza ad un abbigliamento più comodo è anche da ricercarsi nel fatto che molti hc kids erano anche soliti andare in skate board (tanto da formare un particolare sottogenere di HC chiamato proprio skate core). "Minor Threat (l’LP d’esordio) insegnò un nuovo modo di fare musica, radicalizzando l’attacco frontale del punk e modificandone in maniera sostanziale l’attitudine violenta ed autodistruttiva: laddove il punk primordiale propagandava in modo più o meno esplicito l’uso di droghe ed alcool come elemento di ribellione (di cui in definitiva tali strumenti erano l’antitesi) e dove l’odio ed il nichilismo dettavano legge, i Minor Threat contrapponevano quel lifestyle che in seguito, proprio dal titolo di uno dei loro brani più celebri, avrebbe preso il nome di straight edge. (L’hardcore) dava un violento scossone a qualsiasi formalismo, velocizzando in maniera abnorme il punk primordiale, proponendo suoni ancora poco prodotti ma devastanti, rinunciando alla sguaiatezza vocale in favore di parti ad alta energia ma più disciplinate e credibili: il risultato assumeva la forma di canzoni brevissime, lancinanti ed esplosive; l’hardcore vero ed incontaminato aveva fatto la propria comparsa in grande stile." Pur condividendone l’origine (Washington D.C.) hardcore e straight edge non divennero mai sinonimi, connotando un particolare modo di suonare unito a testi per la maggior parte politicizzati il primo, ed una attitudine che si potrebbe definire "salutista" il secondo. Entrambi godettero di alcune abbreviazioni: l’hardcore venne spesso abbreviato con HC, mentre lo straight edge venne identificato con tre x ravvicinate: XXX. L’uso della x nasce dal fatto che: "L’Atlantic Club aveva una politica che permetteva ai minorenni di entrare ai concerti facendo, però, loro una x sulla mano con un grosso pennarello. Così facendo essi non potevano comprare alcolici al bar. (…) Quando il movimento straight edge emerse la X divenne un simbolo." Come è noto, la legge degli Stati Uniti proibisce ai minori di 21 anni di comprare alcolici, ciò ebbe come diretta conseguenza che molti locali, dove prevalentemente si svolgevano i concerti, non permettevano l’ingresso ai minori. Farsi le X sulle mani e definire il movimento come youth crew (gruppo di giovani) divenne di uso comune a qualsiasi concerto straight edge. La citazione di un fenomeno come quello dello straight edge può essere utile per vari motivi. Nella sua evoluzione, ideologica ma anche come pratiche distributive, si può travisare un esempio di separazione fra quelle che grossolanamente potrebbero essere definite come le "tribù punk". Una separazione che porterà Craig O’Hara nel sottotitolo al capitolo che dedica allo straight edge (nel suo libro The philosophy of punk) a definirlo: a movement that went from being a minor threat to a conservative, conformist no threat. "L’estate del 1988 fu un vero e proprio spartiacque per lo straight edge. (…) La Revelation Records emerse per diffondere la nuova youth crew. Ma l’88 fu diverso dallo straight edge dei primi ’80. (…) alcune delle più conformiste e maschiliste (macho) attitudini della società presero piede nell’underground. (…) La nuova scuola sembrò cadere in un rigido set di regole imposte" La nuova ondata di gruppi straight edge segnò il definitivo distacco del movimento dalla cultura DiY. Divenuto un fenomeno abbastanza ampio e diffuso, i cui gruppi passarono a grosse etichette, divenne presto sempre più intollerante e discriminatorio. L’attitudine violenta veniva considerata prova di forza e "purezza". Questa esaltazione della forza fisica introdurrà velocemente forti discriminazioni fino alla creazione del movimento Hard Line che si connota per le sue attitudini omofobe, sessiste e addirittura totalitarie. Su tale base ideologica troveranno giustificazione numerosi attacchi fisici e verbali.
1.3.4. Maximum Rocknroll
Quasi contemporaneamente alla nascita dell’hardcore, e precisamente nel 1982, Tim Yohannan fonda una propria etichetta discografica dandole per nome quello del programma radiofonico che conduceva dal 1977: Maximum Rocknroll. L’occasione è un LP compilation con ben 47 gruppi dell’area nord californiana intitolato Nothing quiet in the eastern front. Allegato all’LP, Tim Yohannan decide di aggiungere una fanzine: esce il numero zero di Maximum Rocknroll (spesso abbreviata come MRR). È una data storica: nasce quella che negli anni verrà comunemente denominata come "la bibbia del punk". Stampata in tipografia (cosa piuttosto rara nell’universo di fanzines a tiratura locale e fotocopiate che tutto il mondo aveva e conosceva), si autofinanzia con le inserzioni pubblicitarie. Queste ultime sono accettate solo dalle etichette indipendenti e d.i.y. escludendo sin dagli inizi le major. MRR diverrà presto di notevoli dimensioni (sulle 120 pagine a numero) ed avrà una cadenza mensile. Tra le sue pagine si possono trovare numerose inserzioni di etichette DIY, interviste a gruppi, scene reports da tutto il mondo (articoli scritti dai diretti interessati sulle etichette, fanzines, gruppi, collettivi e via dicendo presenti nel proprio paese), oltre ad un gran numero di recensioni di dischi DIY. Ma soprattutto trovano posto le columns: articoli curati dai vari collaboratori di MRR riportanti le loro opinioni su vari argomenti. Assieme alle lettere dei lettori, le columns saranno un importante forum per lo scambio di idee e il dibattito all’interno della scena. Sin dagli inizi MRR diventa "una specie di collante, un primo fondamentale passo per scoprire quante realtà vi sono in giro nel mondo. Appena ci si avvicina a questo immenso mondo sotterraneo e super underground basta comprare una copia di MRR per trovare centinaia di indirizzi utili, irreperibili altrove". Già in queste parole si travisa però quello che MRR diverrà negli anni, provocando anche delle importanti defezioni come quella di Kent Mc Lard di cui si parlerà più avanti. "Nella sua ambizione di essere una fanzine per tutti, è diventata una fanzine per nessuno" infatti "sulle pagine di MRR ampio spazio è dedicato a qualsiasi stupida piss punk band e tutto ciò mi fa sempre sentire perso in una palude con soli pochi validi spunti". L’autore di questa critica, che arriva a paragonarlo alla famosa rivista "Rolling Stone" riassumendo l’opinione generale che ha oggi la scena DiY di MRR, col termine piss punk si riferisce a tutti quei gruppi che attitudinalmente si rifanno al primo punk 77. Tale sottocultura punk è la più distante e la meno interessata alla politicizzazione del movimento ed è proprio per questo (per i suoi atteggiamenti troppo spesso maschilisti, provocatori ed arroganti) ne è stata esclusa. Identificati anche come drunk punk o più spesso col termine punk 77 ricalcano, essendone spesso il prodotto, l’immaginario comune e modaiolo dei punx (creste, borchie eccetera) rendendo esplicita la loro non appartenenza al movimento. Per gli stessi motivi si è deliberatamente deciso di non rivolgere la propria attenzione verso altri movimenti sviluppatisi all’interno del punk (gli skinheads e la Oi! Music, i punk rockers interessati ad un genere melodico commerciale e dai testi superficiali e via dicendo) in quanto nulla hanno in comune col DiY. Lo stesso termine punk verrà sempre meno utilizzato, sostituito prima da hardcore e crust e, più recentemente, da DiY. Le ragioni del "successo" di quest’ultimo termine vanno ricercate nel fatto che esso non connota un genere musicale, ma un’attitudine. Non è da dimenticare, infatti, che la pratica dell’autoproduzione (in alcuni ambienti sfruttata come primo passo verso un contratto con una grossa indipendente o major) si può travisare in svariati generi e movimenti generati dal punk, ma non solo. Oggetto di questa tesi è in ogni modo la cultura del DiY e non la semplice pratica dell’autoproduzione, elemento certo distintivo ma che appunto viene vissuto come unica pratica accettabile e possibile per sottrarsi ai vincoli che il mercato discografico impone. Tutto ciò è indissolubilmente legato ad un’attitudine di stampo anarco pacifista che comporta scelte radicali e che non può essere dissociata dall’autoproduzione in quanto costituiscono un corpo unico. Tale presa di coscienza si può osservare soprattutto dall’analisi del movimento che più di ogni altro diffonderà e radicalizzerà la cultura DiY: il crust. P.S. non so se l'ho già scritto... cmq dalla morte di Tim Yohannan la nuova redazione di Maximum Rocknroll sembra essersi molto più riorientata verso il punk politicizzato... (non tutto il male viene per nuocere???)
1.3.5. In Grind We Crust
Verso la seconda metà degli anni ottanta cominciarono a formarsi alcuni collettivi molto importanti per il DiY. Questi collettivi riprenderanno l’anarco pacifismo dei Crass per immergerlo in un contesto di piccole etichette e collettivi totalmente autoprodotti che, in reazione alla commercializzazione dell’hardcore e soprattutto alla sua sempre più crescente intolleranza, cominciarono a rifiutare ogni legame col music business creando pian piano un circuito autonomo. Nel 1986, influenzati da gruppi quali Discharge e Siege (di Boston che portarono l’hc a velocità mai raggiunte prima) e provenienti dalla scena di gruppi thrash hc inglese (Ripcord, Heresy, Concrete Sox, Dr. & the crippens e via dicendo, tutti dediti a un tipo di harcore molto veloce e politicizzato) i Napalm Death, di Birmingham, registrarono il loro primo demotape che venne ristampato un anno dopo come lato A del loro primo LP Scum su Earache Records (1987, numero di catalogo: mosh 3). Nasce il Grind Core. L’estremizzazione definitiva dell’hardcore e della musica in generale. Con un approccio estremamente caotico, testi estremamente politicizzati e apocalittici ed una voce che da urlata si trasforma in incomprensibile suono gutturale rauco e distorto, "nel suo estremismo (…) il grindcore può essere considerato il punk della seconda metà degli anni ’80. (…) È abisso dell’abiezione umana, pessimismo assoluto, catastrofismo senza ritorno (…) oltre vi è solo l’azione diretta.". Nonostante queste ottime premesse il grind core, sull’onda del successo delle etichette che ne avevano prodotto i primi dischi (Earache, Peaceville e Nuclear Blast) e dietro l’influenza dei Carcass (un gruppo dedito a testi splatter) divenne presto un fenomeno sviluppatosi anche in ambito metal. Proprio in reazione a questa "commercializzazione" e soprattutto per distinguere l’attitudine major-oriented dei gruppi più marcatamente metal da quella diy-oriented dei gruppi punk, si farà strada un termine che, pur connotando un genere simile, ne sottolinea una radicale differenza sia musicale che attitudinale: crust. Il termine fu coniato dal gruppo inglese Deviated Instinct "(…) per definire tutti quei gruppi formati da sporchi ubriaconi, (…) era un buon termine da urlarci addosso per farci quattro risate. Così come il termine stench-core (puzza-core), che era solo uno scherzo su tutti i vari core che si stavano diffondendo a quei tempi (fine anni ’80). Ma la gente lo prese seriamente…" Lo stesso look degli squatters risente molto dell’influenza del crust: diffuso è il taglio di capelli dreadlocks (più famoso per essere lo stesso dei rasta), un abbigliamento piuttosto trasandato, spesso sudicio con sopra cucite toppe inneggianti frasi di protesta e /o nomi di gruppi musicali o collettivi quali Animal Liberation Front, Hunt Saboteurs, Food Not Bombs oltre a inviti a boicottare lo stato e le multinazionali (tra le più prese di mira: Mc Donald’s, Nestlé e Shell). Tale modo di presentarsi non va confuso coi punkabbestia, "(…) fenomeno giovanile totalmente dedito al culto di un eccessivo uso di droghe e alcolici, all’autodistruzione, un generale e diffuso nichilismo, una totale assenza di rispetto nei confronti del prossimo nonché perenni disturbatori di qualsiasi iniziativa si cerchi di organizzare. Il DiY è un movimento propositivo che cerca di costruire delle alternative allo stato di oppressione al quale siamo condannati sin da quando nasciamo. È un movimento, per parafrasare i Crass, che si occupa d’amore… i punkabbestia ti vomitano addosso, molte volte letteralmente parlando, il loro odio e soprattutto la loro arroganza e ignoranza. Si definiscono punk e infatti lo sono: teste di cazzo a piede libero. Il DiY, e con questa parola intendo i crusties e gli squatters, è ben altro ed è insopportabile per me che qualcuno possa confondere le due cose." Altre precisazioni si trovano nella prefazione del libro Atti di insensata bellezza di George Mc Kay dove il traduttore Giancarlo Carlotti spiega "si è preferito utilizzare qui il termine punk crusties, usato nell’originale, piuttosto che punkabbestia, ormai molto diffuso in Italia per indicare l’ultima generazione di punk che vivono per lo più in strada, spesso accompagnati da cani e bottiglioni di vino a basso costo. Agli editori e soprattutto ai diretti interessati non piace l’uso spesso denigratorio del termine italiano." Musicalmente il crust, così come il primo grind core, è un genere sì veloce ma anche molto grezzo e suonato da musicisti non professionisti a dispetto del grind che tendeva ad essere suonato da musicisti professionisti. Ma la vera differenza è attitudinale: se da una parte i grinders sviluppano sempre più grafiche e testi ispirati al cinema splatter, i crusties (la distinzione rimane comunque piuttosto arbitraria) si distingueranno per i loro testi di chiara matrice anarco-pacifista. I primi temi affrontati furono la guerra al nucleare, il rifiuto della guerra, della religione, dello stato, la lotta al razzismo e al maschilismo ed una generale denuncia delle atrocità legate alla vivisezione. Col tempo le tematiche si allargheranno ad argomenti sempre più orientati alla difesa dell’ecosistema, lo sfruttatamento da parte delle multinazionali della natura e del terzo mondo, dieta vegana, diritti animali, occupazioni, brutalità poliziesca, globalizzazione, boicottaggio e via dicendo. Si svilupperà un desiderio d’autonomia sempre maggiore nonché un generale spregio per i gruppi "(…) che cambiano il loro stile musicale per cercare di fare soldi, vendendosi alle majors" un atteggiamento piuttosto diffuso in campo hardcore in quegli anni.
1.3.6. Squat Or Rot – ABC No Rio – Slug & Lettuce
A New York nel 1988 nasce il collettivo Squat Or Rot fondato da Ralphie e Neil (già cantante dei Nausea e che più tardi fonderà anche una sua etichetta dal nome Tribal War). Gli intenti del collettivo erano di "permettere a molte persone di incontrarsi ed alle bands di suonare senza essere coinvolte nel solito "business club" (…) in seguito abbiamo iniziato a sostenere altre iniziative come la raccolta di cibo per i senza tetto (Food Not Bombs), benefit per i diritti animali e per lo Squatters Legal Defence Fund. (…) ciò ha permesso al collettivo di crescere, facendo così maturare la possibilità di aiutare a nostra volta i gruppi che tante volte ci sono stati vicini." Al collettivo si avvicendarono numerose persone e gli stessi fondatori vivevano in alcune case occupate a Manhattan. Più tardi Neil collaborerà con l’ABC No Rio, storico squat newyorkese. Dalle sue parole se ne evince come l’hardcore si fosse trasformato in un movimento piuttosto aggressivo ed elitario nonché come dalle loro azioni (e quelle di altri gruppi e collettivi crust) tutto sarebbe cambiato di lì a poco. "Alla fine del 1989 mi venne chiesto se potevo occuparmi dell’organizzazione di alcuni concerti dell’ABC No Rio. Devo essere sincero, e dire che non ero mai presente ai precedenti show di No Rio probabilmente perché la maggioranza dei gruppi coinvolti erano straight edge bands delle quali non mi ero mai interessato. Cominciai comunque a frequentarlo e a entrare nel collettivo (…). I concerti sono completamente illegali (inoltre) l’ABC è gestito completamente da volontari e siamo felici del fatto che vi regni un’atmosfera davvero amichevole e lontana dall’attitudine deleteria del "guardatemi, sono un duro" che ha portato alla fine dei concerti HC al CBGB’s (famosa sala concerti di New York). Abbiamo adottato una politica che pone un veto a persone e bands che sostengono argomenti quali razzismo, sessismo ed omofobia. (…) La violenza è bandita da questo luogo." Una nuova attitudine stava nascendo in reazione al degrado che l’hardcore aveva recentemente conosciuto (e che si sarebbe sempre più accentuato negli anni contribuendo ad una divisione sempre più netta). Del grande fermento underground DIY orbitante a N.Y. attorno al collettivo dell’ABC No Rio faceva parte anche Christine Boarts, autrice della oggi molto nota Sluge & Lettuce, una fanzine stampata in 8000 copie, in formato tabloid e completamente gratuita. Nelle sue pagine si trovano opinioni, indirizzi, pubblicità di etichette DiY (necessarie per pagare la stampa e quindi rendere la zine gratuita), recensioni, e foto di gruppi dal vivo scattate dalla stessa Chris. Uscita per la prima volta nel 1986 in Pennsylvania (la sua redattrice conoscerà vari spostamenti di residenza in futuro e con lei la sua zine) il suo obiettivo fu sin dal primo numero "… enfatizzare i contatti e la comunicazione all’interno della scena DiY punk." Diffusa mondialmente e bimensile, Slug & Lettuce è ancora oggi una delle più importanti fonti di informazioni sulla scena DiY.
1.3.7. Profane Existence
Più o meno nello stesso periodo a Minneapolis nasce un collettivo la cui pubblicazione sarà fondamentale per la DiY punk mondiale: Profane Existence. "In realtà Profane Existence cominciò nel 1987 / 1988 quando cominciai la mia fanzine di nome Minneapolis Alternative Scene. Era una zine che si occupava della scena punk locale (…), essendo molto influenzato dai dischi anarco-punk cercai di parlare di politica oltre che di gruppi. Così come la zine cominciò a diffondersi, venni in contatto con molte persone che la pensavano più o meno come me e M.A.S. cominciò a perdere la sua specializzazione sulla scena locale. Mentre stavo lavorando al nono ed ultimo numero, venni contattato da un amico che voleva iniziare una etichetta discografica per supportare la crescente scena locale." Il primo numero di Profane Existence uscì nel 1989, anno in cui videro la luce anche le prime due uscite dell’omonima etichetta. Stampata in tipografia, con una tiratura che negli anni arriverà alle 15.000 copie e gratuita per i prigionieri politici, P.E. diverrà un punto di riferimento insostituibile per la scena DiY. Peculiarità propria di P.E. sarà la grande attenzione nei confronti di argomenti politicizzati di impronta anarco-pacifista mista a interviste, scene reports e recensioni. Sulle pagine di P.E. trovano spazio informazioni e aggiornamenti sugli squats, i prigionieri politici, un forte impegno eco-radicale ed animalista, anti-fascismo ed anti-razzismo nonché una costante denuncia della brutalità poliziesca, con contributi provenienti da tutto il mondo. Anche la parte musicale riguarderà sempre gruppi decisamente politicizzati ed anzi troverà ampio spazio la campagna di boicottaggio nei confronti del music business: DiY or DIE (fallo da te o muori) diverrà un efficace motto, ripreso spesso dalla scena. Oltre all’importante opera di informazione svolta dalla loro pubblicazione, i membri (col tempo saliti a nove) del collettivo Profane Existence cercheranno con la loro etichetta di costruire, insieme alla collaborazione di altre etichette sparse per il mondo, quello che diverrà poi un vero e proprio network autonomo ed autosufficiente. Il lavoro di Profane Existence, il cui motto è making punk a threat again (fare del punk ancora una minaccia), avrà un ruolo fondamentale nella sempre più crescente politicizzazione del movimento DiY, che sempre più poteva contare su nuovi gruppi, per la maggior parte crust-core, molto politicizzati ed attivi. "penso che quello che Profane Existence fece fu convalidare per iscritto la parte politica della scena, giustificarla moralmente (…) ribadire che quello che la scena stava facendo era giusto. Mentre le altre zines avevano giusto qualche articolo politico, Profane era tutta politica. Scrivendo delle azioni dirette e su quello che viene fatto e come." I membri del collettivo Profane Existence si impegnarono molto con la loro etichetta discografica e distribuzione per creare una rete internazionale di etichette autoprodotte che potesse evitare il circuito indipendente. "(…) All’inizio del ‘92 realizzammo altri tre dischi. Poi le cose cominciarono a complicarsi. A quei tempi non c’era una cosa come il network di distribuzioni DiY che conosciamo oggi, così dovemmo ricorrere alle distribuzioni indie." In pochi anni attorno a Profane Existence, Slug & Lettuce e ABC No Rio negli Stati Uniti, assieme al valido lavoro di alcune etichette europee (spesso facenti parte di collettivi ruotanti attorno a squats, fanzines e via dicendo) quali ad esempio la tedesca Skuld, partner europeo di Profane Existence, le inglesi Flat Earth (attiva fin dal 1984) e Active Distribution (dal 1986), la belga Nabate oltre a moltissime altre etichette piccole e grandi, si sviluppò rapidamente un network completamente autonomo che escluse sempre più radicalmente ogni contatto con i canoni ufficiali del music business, negozi specializzati compresi.
1.3.8. HeartattaCk
Nel 1994 Kent Mc Lard, possessore dell’etichetta hardcore Ebullition e collaboratore per MRR, decise di lasciare definitivamente la pubblicazione di Tim Yohannan per dare vita ad una fanzine stampata simile (per formato ma non per dimensioni) a MRR ma, a differenza di quest’ultima, maggiormente incentrata sull’hardcore, genere che a detta di Kent veniva troppo trascurato da MRR. Nasce HeartattaCk (abbreviato: HaC) una fanzine stampata in migliaia di copie e diffusa in tutto il mondo è che avrà anch’essa un enorme impatto sulla scena DiY. "la cosa divertente è che HaC è nata realmente dalla mia insoddisfazione per il fatto che Tim Yohannan / MRR decise di non sprecare le proprie energie occupandosi delle produzioni di quei gruppi che non gli piacevano. Continuo a pensare che sia assurdo ch’egli basi tutta la sua selezione sulla musica piuttosto che sulla ideologia (…) Ultimamente la sua opinione era che se a qualcuno non piaceva la sua attitudine avrebbe dovuto fondare il suo magazine e lasciargli condurre il suo come più ritiene opportuno. È quello che ho fatto, e ultimamente sono contento che questi cambiamenti siano avvenuti nell’ambito di MRR dato che dubito che altrimenti avrei tentato un progetto come questo." HeartattaCk ed Ebullition Records diverranno sin dagli inizi un vero e proprio punto di riferimento e "(…) un’esperienza dal valore inestimabile, capace di fungere da esempio e stimolo per decine e decine di altre etichette, band e fanzine nate successivamente. Ciò che la Dischord fu per gli anni Ottanta è stata e può esserlo la Ebullition per gli anni novanta. Lo stesso grosso impatto sulla scena, la stessa definizione di un proprio stile riconoscibile, attitudinalmente prima che musicalmente." "L’obbiettivo principale di HeartattaCk è di promuovere la ideologia del do it yourself e di cercare di creare una scena ch’io possa trovare interessante, eccitante e stimolante. Questo significa che con HaC voglio distanziarmi dal modello di MRR per avvicinarmi invece ad un modello simile a No Answers (La fanzine precedentemente curata da Kent Mc Lard, N.d.A.), cioè meno enfasi sul cercare di occuparsi della scena in generale ma concentrarsi piuttosto sugli aspetti che ritengo credibili." Con un netto rifiuto nei confronti del music business e di tutti quei gruppi dall’attitudine ambigua, misto a un generale impegno politico, HaC ed Ebullition avranno il grande merito di ripoliticizzare l’hardcore (genere che come si è già spiegato si era allontanato moltissimo dai suoi primi propositi), creare attenzione su altri generi generalmente non trattati in ambito punk (emo, post rock ed altro ancora) e, non ultimo, contribuire a diffondere in modo incisivo l’ideologia DiY. "Musica come prodotto, come intrattenimento, come un diversivo, o musica come un’arma, come protesta, come grido, come espressione… musica come ebollizione. Questa è guerra all’intrattenimento, guerra alla compiacenza, guerra al moto della musica, guerra all’industria della musica. Musica che brucia l’emozione, che brucia la mente, che brucia il sistema, che ispira la guerra… La musica è più che note e accordi. La musica è uno strumento nelle mani dell’artista o del terrorista o del rivoluzionario." Ma musica (e stile di vita) anche come incontro / scontro di opinioni: "mi piacerebbe molto ricevere lettere e articoli che fungano da guerriglia di idee. Discussioni, critiche, dibattiti e disaccordi sono ingredienti chiave per avere una scena interessante, sana e vitale. (…) senza conflitto sprofonderemmo nel conformismo." Grazie all’importante lavoro di Kent Mc Lard l’hardcore, almeno una sua parte, si riavvicinerà all’etica DiY. L’opera di HaC, affiancata da quella (in un certo senso più radicalmente politicizzata) del movimento crust, porterà il DiY punk a dissociarsi completamente da tutte quelle situazioni piene di compromessi con le quali molti gruppi e collettivi si dovettero scontrare, e spesso assoggettare, durante gli anni ’80 e primissimi ’90. Per quanto situazioni autonome siano state presenti sin dagli inizi, si pensi a quanto detto a proposito della situazione italiana nei primissimi ’80, è solo con la seconda metà degli anni ’90 che il DiY riuscirà a costruire un network completamente autonomo ed autogestito che si regge su contatti diretti postali (e via internet), posti occupati, distribuzioni no-profit presenti ai concerti per diffondere dischi e pubblicazioni e via dicendo.
1.3.9. Altrove
L’Europa, complice probabilmente la mancanza di una lingua comune, si doterà raramente di pubblicazioni a così elevata diffusione. (una menzione particolare va fatta per Reason to Believe, fanza stampata in tipografia e gratuita ampiamente diffusa in vari squat e distribuzioni europee estremamente vicina al concetto diy parlava sia di musica che di politica. Uscita nei primi anni del nuovo millennio, curata dal collettivo inglese attorno alla Flat Earth Records, dopo vari scazzi tipografici e di distribuzione ora sopravvive on line: http